La lettera di Prodi e Veltroni a Repubblica

di | 26 giugno 2012

Caro direttore, il 27 giugno 1980 un aereo civile della compagnia Itavia doveva, da Bologna, raggiungere Palermo. Non arrivò mai. Quel volo fu spezzato, ottantuno innocenti cittadini persero la vita. Sono trascorsi 32 anni, ma quella data non può e non deve essere dimenticata.
Per questo, innanzitutto, vogliamo rinnovare la nostra vicinanza ai parenti delle vittime che per tanti anni, nel loro dolore, hanno tenuta viva l’attenzione su questa tragedia, con una richiesta di verità e giustizia che si è fatta salvaguardia dei valori democratici. Il Presidente della Repubblica Napolitano, in occasione del “Giorno della Memoria” del 2010 dedicato alle vittime del terrorismo, affermò che «intrecci eversivi», «forse anche intrighi internazionali, opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato e inefficienza di apparati, hanno allontanato la verità sulla strage del DC 9».
Queste parole sono rimaste nella coscienza di tutti gli italiani e diventano ancora più intense davanti allo stato d’animo di chi – indelebilmente ferito da questa tragedia – denuncia il rischio che oggi, passati tanti anni dal 1999 (quando la sentenza-ordinanza del giudice Priore ci aveva consegnato una prima verità), ogni iniziativa si affievolisca.
Il giudizio civile, dopo una prima sentenza che ha dato ragione ai familiari nei confronti di ministeri dello Stato, è stato rinviato al 2015 e le indagini della Procura di Roma, tuttora aperte, conoscono difficoltà in attesa di una piena e convinta collaborazione di Stati amici e alleati. Lo stesso Parlamento europeo incontra difficoltà nella collaborazione.
L’Associazione dei familiari delle vittime ha svolto in questi anni una meritevole funzione civile contro l’oblio con uno sforzo tenace di tenere viva la memoria.
Uno sforzo articolato attraverso tante iniziative. Anche con i linguaggi della cultura, dell’arte – ne è esempio il Museo per la Memoria di Ustica che con l’installazione di Christian Boltanski è un grande patrimonio della cultura bolognese e italiana da difendere e valorizzare – ma questo sforzo teso all’affermazione di una piena verità ha bisogno di ulteriore impulso da parte di chi si occupa di amministrare la cosa pubblica.
Crediamo sia giusto ricordare che quando il governo del quale eravamo rispettivamente presidente del Consiglio e vice-presidente chiese alle autorità politico-militari della Nato che i tracciati radar venissero messi a disposizione dell’autorità giudiziaria italiana, fu compiuto semplicemente un dovere, in nome di quella politica che deve creare le condizioni perché la verità possa emergere.
Sulla vicenda Ustica ci sentiamo di affermare che c’è, diffusa, una consapevolezza che è già stata conseguita con il contributo delle indagini della magistratura, con il contributo delle inchieste parlamentari e delle ricerche portate avanti dalle associazioni delle vittime. Proprio da questa consapevolezza crediamo possano seguire passi e sforzi determinanti in difesa sia delle vittime e dei loro parenti che del Paese stesso.
Pensiamo a passi e sforzi che portino a ricercare la collaborazione piena e leale da parte di Paesi amici e alleati, a partire da quelli che per dispiegamento “naturale” di forze sono stati vicini al luogo dell’incidente (come le strutture militari statunitensi, gli aeroporti francesi, le unità in navigazione inglesi), fino ad altri che possono aver avuto presenze occasionali, come il Belgio.
È inoltre necessario riaprire in maniera più approfondita la collaborazione con la Nato e aprire anche una pagina nuova nei rapporti con la Libia, sia ricercando la collaborazione con i nuovi governanti sia riaprendo le pagine ancora opache dei rapporti tra i due Paesi con l’ausilio della documentazione che può essersi resa disponibile nel passaggio dei poteri.
Contribuire a raggiungere verità e giustizia su quanto accaduto quella sera di 32 anni fa sopra il cielo di Ustica rappresenta un dovere politico, morale e civile, un modo giusto per ricordare le vittime ed essere davvero vicini ai familiari e, più in generale, rappresenta un passo avanti per rimuovere veli e opacità su tanti, troppi misteri che hanno caratterizzato i passaggi più difficili e delicati della storia recente del nostro Paese.

Tratta da pag. 28 de “la Repubblica” del 26 giugno 2012

5 commenti su “La lettera di Prodi e Veltroni a Repubblica

  1. pino

    Ma quando erano ai vertici del sistema politico che hanno fatto ‘sti due? Sempre di quelli prima e dopo la colpa?
    Questa è tutta retorica pro domo loro, con buona pace delle vittime e della verità.

  2. Susanna

    Sono in parte d’accordo con il precedente commento di Pino. Ho più volte cercato di parlare con Veltroni, visto che mio padre per 22 anni consecutivi, come tecnico di parte civile dell’Itavia e quindi non solo dell’avvocato Aldo Davanzali ma anche dei mille lavoratori che per anni hanno lavorato con altissima professionalità nella compagnia aerea Itavia, è stato uno dei pochi che con la grande stima dell’avvocato Davanzali, non ha smesso un solo giorno di impegnarsi per la verità, vera e incontestabile. Chi non lo conosceva a quei tempi, tra giornalisti, conduttori televisi, conduttori radiofonici, non facevano altro che chiamarlo per avere delucidazioni e aggiornamenti sul caso, lo stesso Purgatori ha lavorato per dieci anni, accanto a lui, spesso nel suo appartamento. Ebbene la mia richiesta di colloquio è stata negata. Meno male che si vuole la verità, ci sono persone con altri cognomi che vengono ricevute con tappeti stesi per terra, solo per avere avuto un parente che ha fatto cose di rilievo. Carissimi Prodi e Veltroni, ma voi la verità vorreste veramente che diventasse di pubblico dominio?

  3. pino

    Gentile Sig.ra Susanna, la risposta alla sua domanda non è ne sì, ne no. Nel senso che quelle pronunciate dai due tizi in questione sono frasi di circostanza, al solo scopo di raggranellare un po’ di consenso.
    Di una cosa però può star certa: se venisse fuori al verità, il merito sarebbe solo ed unicamente loro, e non certo di suo padre.

    1. Susanna

      Signor Pino, sono perfettamente in sintonia con lei, infatti a mio padre hanno tentato di ucciderlo molte volte, finchè era in vita, gli hanno tolto prove già registrate da sotto il naso, gli hanno cosparso la casa di petrolio, gli hanno rotto i cerchioni della macchina e gli hanno squarciato il tettuccio della stesa. Hanno infastidito figli e nipoti. Se la verità verrà fuori, sicuramente non sarà merito di Mario Cinti, perchè a lui lo hanno massacrato per 22 anni, i nostri cari interlocutori, hanno vissuto alla grande nonostante tutte le stragi che abbiamo avuto in Italia nella commissioni stragi si sta per vedere cosa succede! Aggiungo che se tutti i politici e non solo loro, non si metteranno d’accordo per far uscire la verità, la verità non uscirà certo né da loro né da altri.

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