Raìs in fuga con molti segreti scomodi

di | 27 agosto 2011

Braccato e in fuga, forse in quella Sirte desertica che lui trasformò nella seconda capitale della Libia, la roccaforte della tribù Ghaddafa e degli Urfali, Gheddafi trascina nella polvere un regime in cui è stato un nemico dell’Occidente ma anche talvolta un alleato e quasi sempre un cliente ambito: difficile immaginare un leader del Terzo Mondo, sponsor del terrorismo e di operazioni oscure, che custodisce un maggior numero di segreti. All’Italia, per esempio, deve la sua sopravvivenza già nei primi anni al potere. «Il presidente dell’Eni, Girotti, mi chiese una mediazione con Tripoli e dissi che potevamo vantare un certo credito di benemerenza per avere sventato il rovesciamento di Gheddafi preparato da Omar Sahli e denominato Piano Hilton», racconta l’ex premier Giulio Andreotti in un’audizione parlamentare dell’82. A bloccare il golpe, organizzato dagli inglesi con ufficiali libici, fu nel 1971 il colonnello dei servizi Roberto Jucci, poi diventato un gran commis di stato. Della vicenda era al corrente – così come delle forniture di armi che passavamo a Tripoli (nel 2008 eravamo al primo posto) – anche il generale Abdel Fattah Younis, fatto fuori un mese fa dai ribelli di Bengasi. Nella resa dei conti si intersecano le faide tra fazioni e tribù, ma si regolano pure vecchi conti in sospeso, magari chiudendo bocche scomode. Quando fu abbattuto Saddam andammo alla ricerca delle prove di stragi del regime ma anche dei legami con le potenze occidentali. Non emersero vicende clamorose: qui può essere diverso. Si spiega anche così la ricerca affannosa delle Sas britanniche di Abdelbaset Megrahi, condannato all’ergastolo in Scozia per la strage di Lockerbie del 1988. Il suo rilascio perché malato terminale di cancro – diagnosi di comodo – fu determinato dal negoziato tra Londra e Moussa Koussa, il principe dei killer libici, per ottenere in cambio sontuosi contratti petroliferi. Megrahi è introvabile e forse Gheddafi se lo è portato via persino in questa fuga disperata.Il Colonnello ha messo la sua mano quasi ovunque. Negli anni 70 sostenne gruppi estremisti palestinesi come quello di Abu Nidal, morto “suicida” a Baghdad con un colpo di revolver alla nuca, appoggiò, producendo l’esplosivo Semtex, gli attentati dell’Ira in Ulster e della Raf in Germania. Era l’epoca in cui Tripoli si affidava alla Stasi, i servizi della Germania Est, e costituiva un esercito di mercenari che si è ingrossato con le campagne d’Africa e le spedizioni in Ciad: le tribù del deserto a Sud di Seba, altra sua roccaforte, gli sono ancora fedeli. Ha foraggiato per anni la destabilizzazione ai confini del Ciad e del Sudan, facendo però il poliziotto per conto degli algerini che inseguivano i militanti islamici mentre si accreditava in Occidente come un nemico di Al-Qaeda e dei jihadisti.Ci sono poi eventi clamorosi: l’attentato alla discoteca di Berlino per cui Reagan lo bombardò nell’86, l’abbattimento di un volo di linea francese, la strage di Ustica, 81 morti nel giugno 1980, quando un Dc9 Itavia fu colpito da un missile in duello aereo tra caccia libici e della Nato. E ancora: l’uccisione dell’imam sciita libanese Musa Sadr, eliminato in Libia perché favorevole alla pace con Israele, l’assassinio in Italia di alcuni dissidenti, con il silenzio dei nostri servizi che forse stanno ancora salvando gli ex del regime passati dall’altra parte. Non ci illudiamo che da un eventuale processo al Qaid emergano delle verità nascoste: non fu così nel caso di Saddam (a Baghdad) e neppure di Milosevic (all’Aja). Ma un Gheddafi vivo è sicuramente più scomodo di uno morto.

di Alberto Negri – Il Sole 24 ore [link originale]