Ustica, un relitto che è una sfida a tutti i segreti
di Alessandro Gamberini (avvocato di parte civile)
( la Repubblica-Bologna, 24 giugno 2006)SABATO notte il relitto del DC 9 di Ustica percorrerà le strade che separano la nostra città dall’hangar dell’aeronautica militare a Pratica di Mare dove è stato fino ad oggi custodito e verrà adagiato nel luogo dove sorgerà un museo della memoria. Un tragitto dunque che lo riporterà Bologna dalla quale si era alzato in volo la sera del 27 giugno 1980 per precipitare poco dopo al largo dell’isola di Ustica durante il suo avvicinamento all’aeroporto di Palermo. Un volo interrotto bruscamente e misteriosamente e, solo dopo molte ore, l’avvistamento in mare dei relitti confermò la tragedia per le ottantuno persone che vi avevano preso posto. Dopo molti sforzi grazie all’iniziativa dell’associazione dei familiari e di un gruppo di parlamentari e personalità riunite in un comitato presieduto da un presidente emerito della Corte costituzionale, Paolo Bonifacio, fu deciso nel 1986 il suo recupero dal fondo del Tirreno e iniziò una paziente opera di ricostruzione dell’enorme puzzle. Si trattava di cercare la verità su un avvenimento rimasto fino a quel momento oscuro, dopo che, nell’immediatezza, un coro quasi unanime, aveva frettolosamente liquidato la vicenda come un dissesto strutturale addebitabile alle carenze della compagnia aerea che lo gestiva. Da subito c’era chi aveva posto in dubbio quella causa del fatto e la stessa commissione istituita presso il Ministero dei trasporti affacciò due anni dopo altre e ben più inquietanti ipotesi, dall’esplosione interna all’intervento di un missile. Non di un mistero si trattava dunque, ma di un segreto per coprire una strage. Il recupero dal fondo del mare del relitto rimetteva in moto l’indagine giudiziaria e lasciava pensare alla possibilità di trovare, anche con l’individuazione delle scatole nere, la verità sull’avvenimento. In quelle lamiere contorte si è dunque materializzata in questi anni la strenua ricerca di ciò che era accaduto, attraverso la minuziosa indagine sulle tracce dell’esplosione, della quale si sono rinvenute indiscutibili conferme. Ricordo ancora l’emozione quando mi avvicinai, con i consulenti tecnici, a quella gigantesca struttura sulla quale i pezzi della superficie esterna dell’aereo recuperati erano stati fissati grazie ad una ricostruzione informatica che ne aveva consentito la precisa collocazione. Come se il mare ci avesse restituito ciò che da molte parti si voleva lasciare all’oblio. E di cui facevamo quotidiana esperienza ogni volta che si aveva la pretesa di avere una collaborazione da parte degli esponenti dell’aeronautica militare. E quelle tracce di esplosivo tipo militare diffuse in varie parti anche molto distanti tra loro del veivolo indicavano la scarsa coerenza dell’ipotesi della bomba, collocata dai suoi fautori nel bagno posteriore. Fino a che proprio l’asse della toilette intatto ritrovato a tremila metri di profondità in una seconda campagna di recupero segnò emblematicamente la sorte della pretesa di collocare un ordigno esplosivo in quell’angusto spazio. La storia giudiziaria è nota. La minuziosa ricostruzione dell’ipotesi del missile anche attraverso l’analisi del tracciati radar, prima fatta propria da una perizia ordinata del giudice risalente al 1989, in parte poi ripudiata con la spaccatura dei collegi dei tecnici. La nuova perizia nel corso degli anni ‘90, con ulteriori spaccature; la tenace, e scientificamente raffinata, collaborazione dei docenti del Politecnico di Torino che hanno prestato la loro opera per cercare di ricostruire l’accaduto, fino a giungere ad indicare in un missile esploso esternamente all’aereo la causa del suo abbattimento. Il DC9 fu coinvolto, come scriverà il giudice Priore nel monumentale provvedimento che porrà fine alla sua istruttoria nel 1999, in un episodio di guerra tra aerei di tipo militare la cui presenza appare riscontrata attorno all’aereo al momento della sua caduta. La vicenda, a quel punto, era ormai sfuggita, con un milione di pagine in venti anni di istruttoria, ad un ragionevole controllo giurisdizionale e l’ultimo recentissimo esito della Corte di Appello dl Roma che riconosce l’estraneità dei capi di Stato maggiore dai depistaggi denunciati da quel giudice ne ha esplicitato la repulsione con la sfacciata frettolosità della conduzione processuale. Il relitto dunque starà a simboleggiare la memoria di quel fatto e dell’itinerario per giungere alla verità. Anche per ricordarci che la scienza non vale ad acquietare i nostri interrogativi, ma solo a renderli più decifrabili a chi non sia prigioniero di scelte preconcette: quel corpo che domenica mattina giungerà a Bologna racchiude anche la ricerca sofferta e difficile della verità anche se non ne ha fornitola risposta evidente, come in modo un po’ ingenuo avevamo sperato quando riemerse dalle profondità marine. L’esplosione di quel missile e la sua provenienza rimane un terribile segreto, che non è racchiuso in cassetti domestici, come avevamo pensato, prima che l’alternanza del regime politico ne rivelasse l’insussistenza: se accanto al relitto compariranno nel museo della memoria tutti i materiali che ne hanno accompagnato la sua lettura non potrà mancare certamente la pagina di quel necrologio, a tutta pagina sul “Giornale di Sicilia”, che comparve il giorno successivo alla strage a nome della Jamairia libica nella quale si esprimevano le condoglianze per l’accaduto, e neppure la sprezzante risposta della Francia che non ha mai fornito all’autorità giudiziaria italiana spiegazione alcuna degli intensi movimenti della sua aviazione militare di stanza a Solenzara in Corsica la notte del fatto. Pezzi di storia del mediterraneo si intrecciano dunque con la ricostruzione della strage di Ustica. Bologna, città della memoria. Il relitto del DC9 trova nella nostra città la sua collocazione, non a caso. E non solo per il carico di lutti e di sofferenze delle stragi e dei delitti politici, dall’Italicus alla Stazione agli omicidi della banda dell’Uno bianca, di cui è stata espressa destinataria e di cui rinnova ogni anno dolorose commemorazioni. E’ una città che ha sempre avuto una società civile ricca di esperienze e di cultura e di memoria. La sfida è questa volta quella di fare del museo che ospiterà il relitto un luogo al quale si possa accedere per ascoltare, per cercare di capire cosa sia accaduto, ma anche come si ricerca la verità, senza scorciatoie e “senza mollare mai” come scriveva Antonio Giolitti, introducendo un libretto, Ustica, la via dell’ombra, nel quale molti anni fa venivano raccolte le prime riflessioni su ciò che è stato. Una memoria dunque dalle molte facce, certo non riducibile né all’invocazione di vendetta e di pena che pur legittimamente sale dalla sofferenza di molte vittime, ma neppure alla pretesa amnesia del passato. Basterà guardarlo quel relitto per capire che l’ombra è divenuto un corpo.