Punto
Condor. Ustica il processo di Daniele Biacchessi e Fabrizio Colarieti (Ed. Pendragon, 2002) |
27 giugno 1980. Itavia IH 870..Do you read? (Capitolo I) Il 27 giugno 1980, cade di venerdì. Le 17,30. Il caldo quasi non si sente, un forte temporale rinfresca l'aria, pioggia d'estate, nulla di più. Una normale perturbazione di giugno, dicono i bollettini meteo. I bocchettoni dell'aria condizionata raffreddano il salone dell'aeroporto "Guglielmo Marconi" di Bologna Borgo Panigale, quello posto davanti alle biglietterie, ben prima dei controlli di sicurezza. I taxi scaricano passeggeri con valigie e pacchi. Sembrano non avere fretta alcuna. Del resto chi viaggia conosce regole che non sono scritte e codificate: il venerdì di fine giugno, negli aeroporti è meglio recarsi in anticipo, per evitare problemi. L'orario di partenza previsto del volo Bologna-Palermo è fissato alle 18,15. "Il biglietto prendimi il biglietto tienilo tu che vado a telefonare". Il tabellone segna però forti ritardi su tutte le linee. "Saperlo prima sarei rimasta a casa almeno un'ora". Davanti al box della compagnia Itavia sono già radunati settantasette passeggeri. "Itavia buon pomeriggio Vi informiamo che il volo IH870 con destinazione Palermo porta ritardo". In molti si guardano, la hostess di terra è gentile, risponde ad ogni domanda. "Cos'è successo? Ci sono problemi?". Stanno lì nella sala delle partenze con i bagagli sempre più pesanti, chi é seduto, chi sta in piedi, pronti a catturare un cenno, una spiegazione. "Accidenti..chissà a che ora arriveremo a Palermo ". Altri prendono tempo. Sanno che in un aeroporto a fine giugno si può anche aspettare. Chi legge un giornale, chi si guarda intorno, chi si reca al duty free. Un profumo, una stecca di sigarette, l'ultimo settimanale, il libro, il quotidiano che non si è potuto leggere al mattino, il regalo per il nipotino. C'è una discreta fila davanti alle cabine telefoniche. Sono impazienti, con i gettoni in mano, il biglietto nel taschino della giacca. "Dicono che arriveremo in ritardo .un'ora e mezza forse più ". C'è chi riesce ad avvertire i familiari. Altri non ce la faranno mai. Luigi Andres è un medico dentista. Si reca a Palermo, un matrimonio fissato da mesi, quello della sorella del suo migliore amico. E' con lui Cinzia Benedetti, appena laureata in lingue all'Università di Pavia. Francesco Baiamonte commercia in carni. Per lui è un viaggio di lavoro, non certo di piacere. Paola Bonati deve raggiungere il padre ad un congresso in Sicilia. Amministra la società Emir. Alberto Bonfietti, insegnante di scuola media a Mantova, giornalista del quotidiano Lotta Continua. Quel volo lo deve proprio prendere. A Palermo lo attende la figlia e la sua compagna. A Silvia, ha promesso la festa di compleanno più bella. Alberto Bosco rientra nella sua città. Si occupa di macchinari per l'estrazione del marmo come Andrea Guarano. Una settimana di caldo e lavoro ma Palermo con le palme e le granite al caffè è ancora troppo lontana. Oltre seicento miglia. Anche Maria Vincenza Calderone torna a casa. A Bologna c'è stata fin troppo, all'ospedale, una visita medica di controllo dopo l'intervento alla gamba destra. Giuseppe Cammarata è un carabiniere, proprio come Giacomo Guerino. Sono in permesso, motivi diversi, stessa destinazione. Arnaldo Campanini è di Parma. A Bologna c'è arrivato in treno, neanche un'ora. E' un grande esperto di macchine per l'industria alimentare. Antonella Cappellini, avvocato, è attesa a Villa Igea, alla riunione del comitato ristretto degli agenti di cambio. Con lei c'è Guelfo Gherardi. 27 giugno 1980. Quel DC 9 di miglia ne ha già percorse parecchie. I tecnici di Lamezia Terme lo trasportano fuori dall' hangar che è quasi l'alba. Controllano la sua strumentazione fin nei minimi particolari. Gli uomini dell'impresa di pulizie lavano gli interni, i sedili, le toilette. Lindo e senza polvere, come nuovo, alle 8,07 decolla dall'aeroporto calabrese. Le ruote graffiano la pista di Roma Ciampino alle 8,54. Poi una nuova partenza. Alle 10,12 lascia Roma. Quarantadue minuti dopo è a Bologna. Vola su e giù dalle aerovie, sotto un cielo a tratti limpido, in altri momenti in mezzo a nuvole nere cariche di acqua. Quando esce dalle perturbazioni, pilota e passeggeri possono osservare perfino il contorno delle Alpi. Sotto la loro prospettiva corre intatta la dorsale degli Appennini. Da lassù, paesi e città sembrano minuscoli agglomerati, strade che si intersecano e delimitano campi coltivati e ancor tutti da arare. Le 13, 03. Il DC 9 decolla da Bologna Borgo Panigale e alle 14,29 torna al punto iniziale, Lamezia Terme. Trentanove minuti di ritardo. Alle 16,10, l'aereo é ancora in marcia. Sembra una macchina perfetta. Nessun problema rilevante, tranne quel ritardo, salito ormai a ottantanove minuti. A Palermo Punta Raisi arriva alle 16,59. Il DC 9 raggiunge Bologna alle 19,03. Novantaquattro minuti dopo l'orario previsto. Per il DC 9 c'è già un'altra partenza. L'ultimo rullaggio della giornata inizierà alle 20,02. Poi il decollo alle 20,08. Centotredici minuti di ritardo. Alle 21,13 si giungerà a Palermo. Se qualcuno lo lasciasse volare in cielo. E' un aereo bianco con strisce rosso pompeiano, a corto-medio raggio, del tipo DC9 Serie 10 Model 15, progettato e costruito dalla società americana Mc Donnell Douglas Co di Long Beach in California. Numero di serie di costruzione: 45724. Svetta nei cieli per la prima volta nel 1966 con la bandiera della compagnia Hawaian Airlines. Il mondo lo ha ruotato più volte, sopra deserti, oceani e città. Realizzato interamente in metallo, con parti minori in vetroresina. Dotato di due motori, posizionati in coda, del tipo turbofan Pratt & Whitney JT8D-7A. L' equipaggio é composto da due piloti e due assistenti di volo. Una capacità di trasporto di novantacinque passeggeri in classe turistica, disposti in file di cinque sedili con corridoio centrale. Quel giorno, nel computer della compagnia Itavia si contano settantasette nomi, oltre ai quattro dell'equipaggio. Porta un peso ridotto, molto meno rispetto al pieno carico. Il DC9 è fornito di un sistema di pressurizzazione e condizionamento dell'aria, una toilette nell'estremità posteriore della cabina, due ripostigli Galley per la conservazione di cibi e bevande. Due porte d'accesso con scalette incorporate, quattro uscite di sicurezza. I bagagli vengono caricati in due vani al di sotto del pavimento della cabina passeggeri. Ventisette metri di apertura alare, ventuno tonnellate di peso a vuoto, una velocità massima di crociera di 903 chilometri orari a una quota massima di 7.620 metri, 25.000 piedi. Nel 1980, é di proprietà dell'Itavia S.p.A., società di Catanzaro. In Italia viene immatricolato la prima volta nel marzo 1972. Ottiene il certificato RAI N. 6034. Viene revisionato ogni settimana. Sono irrilevanti le anomalie segnalate: l'indicatore carburante serbatoio centrale non attendibile, il finestrino superiore copilota con deformazioni e bolle e la scala passeggeri non rientrante elettricamente. Dettagli. Non c'è nulla che può compromettere la sicurezza del volo. Quel DC9 è praticamente un mulo. Il carburante è del tipo Mobil jet A1, 7.100 litri tondi, quanto basta per compiere senza problemi l'intera tratta. Nel DC9 sono montate due scatole nere. C'è un registratore dei parametri di volo del tipo crash o flight data recorder, revisionato nel febbraio '80. Vi è un cockpit Voice Recorder, ispezionato nell'aprile '80, in grado di registrare le comunicazione radio terra-bordo-terra e tra piloti ed equipaggio. (...) La recensione di Marco Damilano (l'Espresso 27/06/2002) STRAGI / IL SAGGIO SU USTICA Il Generale Mario Arpino, pochi giorni fa, durante la presentazione del libro di Carlo Scognamiglio sulla guerra in Kosovo, è ritornato su Ustica: «Una parte dell’opinione pubblica e della stampa è stata pilotata per mettere in cattiva luce l’Aeronautica». Accanto, Francesco Cossiga ha annuito soddisfatto. Arpino, all’epoca, era capo del secondo ufficio operazioni del terzo reparto dello Stato maggiore dell’Aeronautica. Quella notte fu tra i primi a essere informati che la traccia del Dc9 era scomparsa dai radar. Sono passati 22 anni da quel 27 giugno 1980 in cui il Dc9 dell’Itavia Bologna-Palermo partito con 81 passeggeri a bordo precipitò in mare al largo dell’isola di Ustica, nella zona che i tecnici-radar chiamano Punto Condor. E ora, per l’appunto, “Punto Condor. Ustica: il processo” è il titolo del libro firmato dai giornalisti Daniele Bianchessi e Fabrizio Colarieti (ed. Pendragon) che racconta la tragedia e ricostruisce la catena infinita e per certi versi oscura delle indagini. «Ustica», scrive la presidente dell’associazione delle vittime Daria Bonfietti nella prefazione, «è una metafora che gronda sangue. Segnala i poteri occulti dei corpi separati, è il soffocamento sistematico e pervicace della democrazia italiana». |