Diciotto anni di una verità inconfessabile protetta dal complotto del muro di gomma
Corriere della Sera - 2 agosto 1998

 

ROMA - Un corpo smembrato di ragazza che galleggia in mezzo al mare. La balbuzie improvvisa di un generale facciatosta che annaspa davanti a una commissione parlamentare d'inchiesta e poi scappa dalla porta di servizio... Niente numeri, niente grafici, niente verbali. Non c'è bisogno di niente per raccontare la storia della strage di Ustica. Volendo. Basta la memoria. Una memoria robusta che 18 anni di segreti e bugie non sono riusciti a confondere. Da una parte le vittime, 81. Dall'altra i depistatori, uomini al servizio dello Stato. Mica delle mezze figure, mica quegli agenti segreti di terza o quarta categoria, mestatori, trafficanti, doppiogiochisti che ci eravamo abituati a vedere in scena nei processi per strage anni Settanta. No, niente di tutto questo. Stiamo parlando di generali con la greca dorata e il colletto inamidato, quelli sorridenti, con la sciabola e il passo marziale, quelli sempre in prima fila all'ombra dei palchetti presidenziali. Ecco, ci dicono oggi i magistrati che quattro di questi signori, in pratica il vertice dell'Aeronautica militare del 1980, vanno processati per attentato agli organi costituzionali. Per aver cioè deliberatamente nascosto alle autorità di governo tutto quanto avrebbe potuto svelare il mistero dell'abbattimento di un aereo civile italiano, pieno di passeggeri italiani, nello spazio aereo posto sotto il controllo della difesa aerea italiana. Insomma, per aver complottato contro la verità e contro il loro stesso Paese. Questo ci dicono i magistrati dell'accusa, nella loro richiesta di rinvio a giudizio. Settecento pagine che fanno la sintesi di un milione e mezzo di atti raccolti in questi diciotto anni. Settecento pagine che fanno piazza pulita di una controversa, costosissima perizia sull'ipotesi di un'esplosione provocata da una bomba piazzata a bordo da non si sa chi né perché, ed escludono per mancanza di elementi incontrovertibili anche l'ipotesi del missile. Ma per chi vuol capire e ne ha voglia, lasciano intatto uno scenario internazionale di forti tensioni tra quattro Paesi (Italia, Libia, Francia, Stati Uniti), al centro del quale si colloca l'abbattimento del volo Bologna-Palermo e l'operazione di scientifica distruzione, contraffazione, alterazione di nastri, registrazioni, rapporti, ordini di servizio, comunicazioni telefoniche e telegrafiche tra basi italiane e con comandi alleati, allo scopo di occultare o almeno sviare per sempre l'accertamento delle responsabilità. Non fu bomba, non fu missile, non fu cedimento strutturale (come per alcuni anni i vertici dell'Aeronautica tentarono di farci credere). E allora? I generali che i magistrati vogliono alla sbarra coprirono cosa e per conto di chi? Tradirono il Paese in nome di quale patto segreto, di quale compromesso politico. Questo la richiesta di rinvio a giudizio non lo dice esplicitamente ma lo lascia intendere. Lascia intendere che qualcosa di gravissimo accadde lassù, nel cielo e nella notte del 27 giugno 1980. Lo raccontano i radar, che inquadrarono almeno un altro aereo in rotta di collisione (o di lancio?) col DC9. Lo raccontano i pochi, confusi brandelli di conversazione rimasti, in cui i militari della nostra Aeronautica si interrogano sulle presenze di navi e aerei di Paesi alleati (americani e francesi). Lo racconta la sporca faccenda del Mig libico, trovato ufficialmente in pezzi tra i monti della Sila il 18 luglio 1980 ma che in tanti (italiani e no) cominciarono a cercare già la notte della strage di Ustica. Lo raccontano le poche cartelle ufficiali ottenute attraverso le centinaia di rogatorie all'estero. Lo raccontano i dati che la Nato ha dovuto esibire di fronte alla determinazione di questo governo. Lo raccontano i testimoni. Quelli che non si sono lasciati intimidire, naturalmente. Quelli che hanno avuto il coraggio e l'onestà di parlare, e che magari dopo hanno fatto una brutta fine. Chi lo sa. E il potere politico? Francesco Cossiga, presidente del Consiglio in quei giorni del 1980, ebbe a dire una volta: "Mi hanno fregato". Cioè, mi hanno raccontato un'altra verità. Rino Formica, ministro dei Trasporti in quei giorni del 1980, ebbe a dire una volta: "Mi hanno parlato di un missile". E Lelio Lagorio, ministro della Difesa in quei giorni del 1980, col quale Formica si confidò, ebbe a dire: "Mi sembrò una di quelle stravaganze per cui il mio amico Rino andava famoso". Stravaganze... Per non dire di altri ministri che negli anni giurarono sulla lealtà di quei generali che sarebbero stati poi incriminati. Per non dire dell'infelicissima battuta dell'attuale ministro della Difesa, Nino Andreatta, che qualche mese fa ebbe a dire: "Meglio che quest'inchiesta si chiuda in fretta, per tutelare la sanità mentale degli italiani". E per non dire infine dell'Aeronautica militare, che a diciotto anni di distanza sembra non avere ancora definitivamente sciolto il suo dilemma interiore: continuare a difendere o no, quei generali? Ogni muro ha due lati, due possibilità. Anche quelli di gomma. Bisogna solo scegliere da che parte stare.

Andrea Purgatori - Corriere della Sera

 

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