I radaristi del mistero
Corriere della Sera - 7 aprile 1993
ROMA - "Ma quella è la mia voce". Proprio così, anche se dopo 13 anni, al secondo interrogatorio e con fatica, uno dei tre controllori di volo della base militare di Grosseto ha ammesso di riconoscersi nella conversazione incisa la sera del 27 giugno 1980, due ore e 5 minuti dopo la strage del DC9 nel cielo di Ustica. Una registrazione casuale, dovuta a una dimenticanza dell'operatore che lasciò disinserita la cornetta sulla linea interna con Ciampino. E che ha consentito al giudice istruttore Rosario Priore di scoprire che persino a Grosseto, dentro la torre di controllo di una base di caccia, si parlava di Napoli e di una "portaerei" che "nella rada non ce l'hanno nemmeno trovata". Era la Saratoga? Mario, Nicola e Sandro. Questi i nomi dei tre militari che per 13 anni non hanno sentito la necessità di presentarsi ai magistrati per spiegare il senso di ciò che si erano detti la sera della strage di Ustica. Nemmeno dopo che, in ottobre, i giornali avevano pubblicato ampi stralci della loro singolare conversazione. Il giudice Rosario Priore e i due Pm, Vincenzo Roselli e Giovanni Salvi, hanno consumato 7 mesi per identificarli. Partendo da una rosa di 130 militari, tutti in servizio a Grosseto, tutti con gli stessi tre nomi. E qualche settimana fa ne hanno scoperto le identità (che l'Aeronautica non era stata in grado di fornire, in parte insinuando il dubbio che la registrazione fosse precedente al 27 giugno). Sono un ufficiale e due sottufficiali. Il dato incredibile è che tutti e tre, compreso quello che ha riconosciuto la propria voce, sostengono di non ricordare nulla di quella sera e della conversazione. Che per la seconda volta è al vaglio dei periti ma non sembrerebbe molto diversa dalla prima trascrizione effettuata nel 1992. Questo uno dei passaggi chiave: Nicola: "È partito da Napoli per Napoli... allora guarda". Mario: "E sì, ma il Phantom arriva a due terzi di più". Sandro: "Ok, questo è un certo quadro di un Phantom normale che sta lì da basso, che poi si deve... oh, quanto è pericoloso, quelli finisce che vanno a dì che non c'erano problemi...l'F104 poi potrebbe...potrebbe anche essere superiore a...infatti oggi...". Mario: "Qui il discorso è...dove sta la portaerei...Infatti dicono che la portaerei non ce l'hanno trovata". Nicola : "Ma infatti, ma dove vivono, chissà che fine ha fatto". Mario: "O un 104, dicono che là nella rada non ce l'hanno nemmeno trovata dopo". L'aeroporto militare di Grosseto, sede di gruppi di volo di F104 monoposto e TF104 (biposto da addestramento) ha una torre di controllo che si limita all'assistenza in avvicinamento ai caccia durante le ore diurne. Durante la notte, rimane attiva solo per il controllo radio degli aerei in sorvolo. Questo il quesito che si pongono i magistrati: sulla base di quali informazioni Mario, Nicola e Sandro stavano discutendo della misteriosa "portaerei", visto che la loro base radar non era coinvolta nell'allarme relativo alla scomparsa del DC9 Itavia? Perchè qualche caccia italiano o straniero diretto a Sud aveva sorvolato Grosseto e si era messo in contatto con la torre? Dopo il secondo interrogatorio, tutti i dubbi rimangono aperti. E il copione dei "non ricordo" e "non so" si ripete. Non sono i primi nè probabilmente saranno gli ultimi militari coinvolti in quest'indagine a sostenere di aver perduto la memoria persino davanti alle loro stesse voci.
ROMA - Pressing degli esperti inglesi a sostegno della tesi di una bomba piazzata a bordo del DC9 Itavia, in vista della consegna della perizia finale sulla strage di Ustica, avvenuta il 27 giugno 1980 e nella quale persero la vita 81 persone. È Frank Taylor, l'investigatore che scoprì in un ordigno la causa della strage di Lockerbie, ad affermare che l'esplosione del DC9 caduto nel mare di Ustica sarebbe stata provocata da una carica piazzata sotto il lavabo della toilette. Le certezze di Taylor, che ormai è chiamato Mister Lockerbie, avrebbero spaccato il collegio dei periti, una parte dei quali propende per la collisione con un altro velivolo o con una parte di aereoplano esploso davanti alla cabina ma nel mezzo di un duello tra caccia. Frank Taylor avrebbe raggiunto le sue conclusioni senza troppa convinzione, sostenendo di puntare sulla bomba nell'assenza di alternative proposte dagli altri specialisti. Però sul lavandino incriminato non sono state trovate tracce di esplosivo e le bombature che il reperto presenta sono dall'alto verso il basso. Dunque, in senso opposto alla direzione di scoppio indicata da Taylor. E infine, l'asse del water è perfettamente intatto. Come a dire che la bomba ipotizzata da Mister Lockerbie avrebbe fatto precipitare il DC9 senza scalfire il water a venti centimetri e danneggiando il lavabo al contrario. Una bomba...toiletsave. Non è questo l'unico elemento che sta riscaldando il clima tra i periti italiani (alcuni decisamente affascinati dalle tesi e dal prestigio di Taylor) e stranieri. Un anno fa, un altro perito inglese si presentò con una relazione a sostegno della tesi della bomba, affermando che la prova cardine della scoperta era la mancanza di un metro di fusoliera. Dopo pochi istanti di stupore, gli fu spiegato che il DC9 Itavia misurava sì un metro in meno rispetto agli altri esemplari. Ma non per lo scoppio di una bomba, bensì perchè così lo avevano costruito alla "Douglas".
Andrea Purgatori - Corriere della Sera