"Amato rompa il muro di gomma"
Corriere della Sera - 19 ottobre 1992
ROMA - "Ad esso, intervenga il governo. E spedisca davanti al magistrato gli uomini dell'Aeronautica, i vecchi e i nuovi. Li costringa a tirar fuori carte, nomi, tutto. Tutto quello che ancora sta chiuso a chiave dentro chissà quali cassetti. "E visto che a Palazzo Chigi c'è Giuliano Amato, uno dei pochi politici che si è occupato seriamente di questa storia, che prenda in mano la situazione. Che ci faccia sapere se accetta la logica dell'omertà, o se, invece, non gli sembra arrivato il momento di costringere a parlare chi continua a far finta di non sapere. Persino davanti a evidenze clamorose come questa". Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, chiama dunque in causa il presidente del Consiglio e il governo. Direttamente. Chiede un intervento immediato, energico. Sul piano interno e anche su quello internazionale. Dopo le rivelazioni sulla conversazione registrata un'ora dopo l'esplosione del DC9, in cui si parla di un Phantom americano e forse anche di un F104 italiano, la polemica si annuncia di nuovo durissima. Signora Bonfietti, non è la prima volta che vi rivolgete al governo. Perchè stavolta vi aspettate quelle risposte che non avete mai avuto? "Perchè quelle tre persone, quei tre militari che parlano del Phantom e di tutto il resto hanno un nome e un cognome. E devono essere stati registrati su un ordine di servizio del 27 giugno 1980. L'Aeronautica può anche raccontarci, come spesso ha fatto, che non sa, che l'ordine di servizio non c'è più. Se crede, può farlo. E se ne assume tutta la responsabilità, di fronte al Paese. Ma c'è qualcuno che quei nomi può pretenderli lo stesso ed è proprio Amato. Se vuole, lui può ottenerli oggi stesso. Ci penserà la magistratura a fare il resto". Lo sa che su queste ultime rivelazioni il Pentagono ha risposto con un "no comment"? "Mi sarei stupita del contrario. Vede, sono dodici anni che la posizione americana viene puntualmente smentita dai fatti. Da quei pochi documenti rimasti. Non è solo una sensazione: io credo che molto di ciò che è stato fatto quella notte e anche in seguito, sia stato fatto per nascondere la posizione degli americani. Di episodi ce ne sono tanti". Me ne faccia uno, signora Bonfietti. "Durante le operazioni di soccorso, nelle ore successive alla strage, fu ritrovato in mare anche un casco da pilota americano. Dissero subito che non c'entrava niente. Però il casco sparì e non fu consegnato a chi doveva esaminarlo: cioè al magistrato. Bene, lo sa lei dove è riapparso quel casco? In una delle casse con i rottami del Mig libico precipitato sulla Sila. Coincidenze, no?". Coincidenze sospette. Ma è ancora troppo poco per tirare gli americani dentro questa storia. "Vogliamo parlare del registro di bordo della Saratoga, che per molte pagine a partire da quel 27 giugno presenta, diciamo così, singolari ripetizioni e una identica calligrafia? Oppure vogliamo ricordare che sul registro del porto di Napoli c'è annotato il giorno d'arrivo della portaerei e non la partenza? "E le conversazioni della notte tra i centri radar, in allarme per la presenza di caccia americani e di una portaerei? Non è quello che si sono detti anche i tre di Grosseto, Phantom a parte? "Mi domando: ma se queste conversazioni le avessero ascoltate nel 1980, saremmo ancora qui a farci tante domande sul come e sul quando e sul chi?". Ha detto ieri, a Rimini, durante una conferenza stampa al margine delle giornate internazionali di studio del centro Pio Manzù, Edward Luttwack, consulente del Dipartimento di Stato americano, a proposito di Ustica: "Nun sacciu". Ha poi aggiunto: "È possibile l'errore, non coprirlo. Se tutti i giornalisti italiani versassero una lira per ogni riga che scrivono su Ustica, si potrebbe creare un centro di ricerche sulla strage che avrebbe mille professionisti e fra cento anni potremmo avere una risposta". Può darsi. Ma non stiamo ancora aspettando la verità sulle coperture dell'amministrazione americana per Irangate, Irakgate, eccetera, eccetera?
Andrea Purgatori - Corriere della Sera