"Si, per Ustica seguite la pista dell'uranio"
Corriere della Sera - 24 ottobre 1996
ROMA - Scavate, giudici. Indagate. La pista del traffico di uranio dietro la strage di Ustica non è fantasia, tutt'altro. Parola di Duane "Dewey" Clarridge, uno che se ne intende. Uno che non fosse per George Bush e il perdono che gli accordò due giorni prima di lasciare la Casa Bianca, molto probabilmente oggi sarebbe rinchiuso in qualche penitenziario a scontare un paio di decine d'anni di condanna dopo aver dichiarato sette volte il falso davanti al Gran giurì d'indagine sullo scandalo Iran-Contras e le deviazioni della Cia in combutta con Oliver "Ollie" North, il colonnello con ufficio nei sotterranei della Casa Bianca. Oppure sarebbe forse libero ma "bruciato", avendo accettato di mettere nei guai Reagan (e magari anche Bush) con le sue confessioni. Oppure, e infine, come poi è andata, sarebbe solo uno degli ex agenti più fedeli dell'Agenzia finito in pensione senza aver tradito nessuno dei suoi amici e padroni. In pensione ma con un sacco di segreti nella valigia e un buon posto da consulente per l'industria privata, naturalmente. Dunque il nucleare, l'Irak, Ustica. Dice Duane Clarridge, a cavallo del 1980 Capostazione della Cia in Italia, che quello dell'uranio acquistato da Saddam può essere davvero stato il retroscena della strage. Però con l'ombra di "Chicchi" Pacini Battaglia il faccendiere, non c'entra niente. Casomai quella degli israeliani e dei francesi. E rivela anche che sulla data in cui il Mig 23 libico precipitò in Calabria furono ingannati gli italiani ma non lui: dall'Aeronautica gli telefonarono quattro giorni prima dell'annuncio ufficiale... Mister Clarridge, sa che adesso si parla di un carico di uranio destinato all'Irak a bordo del DC9 esploso su Ustica? "Ricordo un libro di due anni fa, scritto da Claudio Gatti: parlava di questa ipotesi ma il carico veniva dalla Francia. Quella notizia certamente è vera: so che ci dovevano essere due spedizioni dalla Francia. Ma ho forti dubbi che il combustibile nucleare potesse arrivare dall'Italia. A quel tempo ero preoccupato per il vostro rapporto con gli iracheni ma il mio interesse riguardava il trasferimento di tecnologie e attrezzature. Il combustibile no, quello veniva dalla Francia. Ora nella vicenda di Ustica mi sembra che torni a galla la possibilità di un terribile errore, che fosse qualcos'altro che doveva essere abbattuto". Infatti. Lei come la vede questa possibilità? "Beh, sono passati due anni dal libro e mettendo insieme... insomma, non che sappia delle cose, ma la mia opinione è che quella sia una ipotesi molto circostanziata". Scusi, quando dice che non sa, significa che come Capo della Cia a Roma non indagò sul DC9? "No. La ragione è che, all'inizio, tutti pensavano fosse terrorismo". No, Mister Clarridge, all'inizio la versione fu: cedimento strutturale. "Okay, forse nei primi giorni. Ma poi diventò il terrorismo. Comunque, i servizi con cui avevo a che fare, Sismi e Sisde, fecero le loro analisi ed esclusero quella possibilità. Quindi venne meno anche il mio interesse, diciamo professionale. Capisce cosa intendo?". Che i servizi italiani dissero alla Cia di non credere alla bomba. "Ma in risposta a una domanda. Sa com'è, quando succedono queste cose normalmente ci sono un sacco di telefonate: è stato questo, è stato quello, bla bla bla... Beh, i servizi italiani avevano moltissima esperienza in fatto di terrorismo e arrivarono alla conclusione che quelle telefonate non erano niente più che semplici rivendicazioni". Magari per depistare. "Può essere". E questo fu sufficiente a interrompere il suo interesse professionale, nel senso che non si occupò nemmeno di capire se per caso potevano esserci di mezzo i libici? "No, no, no". Però del Mig 23 precipitato in Calabria lei si è occupato. "Certo. Ma non per le connessioni col DC9 Itavia. Fu solo perché il generale Tascio mi informò dell'incidente e chiese se volevo mandare giù qualcuno a dare un'occhiata". Il problema riguarda la data esatta dell'incidente. Quella ufficiale è 18 luglio 1980. "Esatto. E so che è stata... ma sono in grado di stabilire che... io ho incontrato due volte il giudice Priore...". Pure questo è ufficiale. "E la data in cui Tascio mi ha contattato, in cui mi ha chiamato è stata intorno al 14 luglio". Cioè quattro giorni prima. E lei mandò in Calabria due dei suoi esperti. "Due o tre". Per stabilire cosa, che era un Mig libico? "Sì, assolutamente. Era una versione da esportazione del Mig 23. Cioè, meno sofisticata della versione sovietica". I suoi uomini videro il cadavere del pilota? "No". Non vi diedero informazioni su chi era? "Niente a parte quello che dissero Tascio e i suoi. Non ricordo ora...". Dopo diciassette anni rimangono forti sospetti un po' su tutti: americani, francesi, italiani... "Fossero stati gli americani, sarebbe stato comunque per errore. Ma in nessun caso, per come è organizzata la nostra società, la cosa sarebbe rimasta nascosta". Anche se da voi non proprio tutto diventa, diciamo così, subito di dominio pubblico. "Ma parliamo di 17 anni fa. Sarebbe impossibile sopprimere tutto. Ci sarebbero un sacco di persone coinvolte". E vale per gli italiani? "Certo. Lei conosce l'Italia meglio di me". Altre due possibilità: francesi e libici. "E gli israeliani?". Allora tre. "Scartiamo i libici. Non erano in grado di fare nulla del genere e poi ci sarebbe voluto un rifornimento in Italia". Gli italiani avrebbero potuto concederlo. "Oh, no... andiamo troppo lontano". Con i francesi? "Loro hanno la capacità. Poi cosa c'era, quella storia di Gheddafi in volo tra Tripoli e Varsavia? Mah, non lo amavano allora e non lo amano oggi ma fino al punto di abbatterlo... Comunque, francesi e israeliani ce l'avrebbero la capacità di mantenere tutto segreto". Come la chiamerebbe: operazione coperta? "Yap, sì".
Andrea Purgatori - Corriere della Sera