Le vignette di Cuore sul caso Ustica
 
 
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Caro Cuore, adesso le ho tutte davanti a me, le tue vignette dedicate a Ustica. Ho in mente molte idee, mi sento dentro molte sensazioni. Da un lato vedo i tuoi aerei così incredibilmente fantasiosi e dall'altro ho negli occhi le immagini dell'hangar di Pratica di Mare con il DC9 ricostruito dopo il recupero. E poi, il ricordo dei nostri cari che non ci sono più. E mi chiedo dov'è il vero ricordo? Nelle lacrime, nei disegni, nel relitto? Forse in tutte queste cose insieme. Perché in questa storia di Ustica i "confini" si sono dilatati, il ricordo e il dolore sono dentro di noi, ma tutti i giorni viviamo tra il ridicolo di questa eterna ricerca del saputo e indicibile e la durezza della menzogna. E siamo veramente costretti a ricordare ridendo e piangendo insieme. Non so proprio se sono più ridicoli i tuoi "generaloni" o quelli veri, che hanno balbettato i loro "non so" davanti alle competenti commissioni e adesso battono le piazze tronfi, spandendo interessate certezze. Fanno ridere i tuoi omini come fanno ridere quei graduati che giurano e rigiurano di aver vigilato per una notte intera con solerzia e spirito democratico, scrutando un cielo sereno nel quale non è assolutamente successo nulla, proprio nulla. Poi ci ripensano e si ricordano che quella sera erano gravemente sofferenti e non assolutamente in servizio o meglio ancora, per loro, erano tranquilli in ferie. Sempre, s'intende, con lo stesso spirito democratico. Guardo i disegni, scorro gli articoli, cerco quella filastrocca di una bomba piccina piccina che correva dentro un aereo: prima nella quarta fila, proprio là davanti vicino ai piloti, era forse curiosa, poi nel bel mezzo della carlinga, su una cappelliera spalancata, per vedere meglio i passeggeri. Ma nei viaggi tutti hanno qualche problemino e anche la bomba è andata alla toilette, si è lavata, soffermandosi nel lavabo, poi si è avvicinata proprio al water, anzi per un attimo è proprio scivolata dentro lo scarico per asciugarsi si è appoggiata lì, nell'intercapedine, un po' dentro e un po' fuori. Non ridere: questa è la verità che ci vogliono propinare. Ridere, non ridere. Piangere, non piangere. Vivere con rabbia ridendo e piangendo: questo abbiamo fatto, noi parenti, in questi anni. E tu "Cuore" ci sei stato vicino, scrivendo con la tua satira un pezzo proprio "vero" di questa storia, aiutandoci a "sopravvivere". Grazie di cuore.

Daria Bonfietti
Presidente dell'Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica

 
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"Ma con che coraggio ridete delle tragedie?" Nella ricca casistica dell'antico e mai sopito dibattito sui "limiti della satira", questa è una delle domande ricorrenti. Ma anche una delle meno insidiose. Che le tragedie "facciano anche ridere", intanto, è ampiamente assodato. Come ogni evento umano iperbolico, estremo, esagerato, provocano lo spaesamento ideale per alterare l'umore in un senso, - il pianto - o nell'altro - il riso. Stati febbrili della sensibilità la cui parentela è sottolineata da tonnellate di letteratura, drammaturgia, cinematografia. Niente di più spiegabile di un fou-rire a un funerale, o della fisica, irrefrenabile commozione che accompagna le gioie più intense della vita. Nell'uno e nell'altro caso, il riso e il pianto sono forme di una compensazione non stridente, di un pudore non frustrante. Al famoso "si ride per non piangere" che accompagna la percezione del tragico corrisponde il "si piange per non ridere" dei momenti di felicità straripante. Sono due manifestazioni umane ugualmente irreparabili (il singhiozzo e la risata), le sole veramente all'altezza delle situazioni irreparabili. Solo l'indifferenza, in quei casi, appare davvero deplorevole e in fin dei conti immorale, perché inumana. Un mio amico troppo poco frequentato e conosciuto fece eseguire, ai suoi funerali, "E' morto un bischero". I presenti mi raccontarono che si rideva e si piangeva insieme. E che quel cock-tail era la perfetta descrizione della formidabile vita del morto. Si sa che il comico - come linguaggio alto, universale - è ancora sottovalutato, spesso frainteso. Viene interpretato come "leggerezza" (come se la leggerezza, tra l'altro, fosse indizio di superficialità) e come fuga dalla responsabilità. "Che c'è da ridere?". Dovrebbe far riflettere il fatto che il più strepitoso umorismo contemporaneo è imputabile al più perseguitato e massacrato dei popoli, gli ebrei. Credo che questo dossier sulla tragedia di Ustica, raccontata attraverso le vignette sul tema pubblicate su Cuore, dimostri meglio di ogni discorso quanto la satira sia un linguaggio adeguato alle più fosche e disperanti tra le ingiurie che gli uomini devono subire. E' stata realizzata per volontà dell'Associazione Parenti delle Vittime. La nostra collaborazione è stata convinta e solidale, ben sapendo che i nostri passati schiamazzi attorno a quel lutto spaventoso, e vergognoso per il paese, erano perfettamente dimensionati alla grandezza della tragedia. Penso che per i nostri concittadini che hanno perduto, quel giorno, persone in carne e ossa, queste vignette abbiano, ancora oggi, il valore di un omaggio inconsueto e fraterno ai loro mortie e alla verità. Alcuni di questi disegni avrebbero potuto benissimo riemergere dal mare di Ustica, quel 27 giugno, come ultima testimonianza di vita e di intelligenza degli 81 italiani perduti per sempre.

Michele Serra
Com'è profondo il mare - La strage di Ustica e la satira: moralità della risata e immoralità della vergogna

 
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