Una mano straniera dietro l’assassinio di Gheddafi

By | 9 novembre 2011

Ustica e Lockerbie, le armi di distruzione di massa e gli accordi per il petrolio, fino al piano di colpo di Stato in Iraq rivelato di recente: sono solo alcuni dei segreti che Muammar Gheddafi si è portato nella tomba, ”assassinato dai ribelli dopo un ordine ricevuto da una potenza estera”, ha sostenuto oggi Mahmoud Jibril, l’ex premier ad interim del Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt). “Il fatto che sia stato catturato, guardato a vista per un momento, e poi sia stato assassinato è la prova che i ribelli hanno ricevuto l’ordine di ucciderlo”, ha detto Jibril. Il ‘mandante’ potrebbe essere uno Stato, un presidente o un capo, “in ogni caso una persona che ha voluto uccidere Gheddafi perché‚ non divulgasse dei segreti”. L’ex premier del Cnt, sostituito a fine ottobre da Abdul al Rahim Al Qeeb, ha poi auspicato che chi ha sparato a Gheddafi non sia ucciso perché potrebbe svelare i misteri sulla fine del rais. Due ribelli appartenenti al commando di cinque che aveva scovato il rais a Sirte avevano rivelato all’Ansa che il Colonnello “non era stato ferito da armi da fuoco” quando venne caricato su una ambulanza. Secondo la versione del Cnt, Gheddafi è stato colpito al torace e alla testa durante una sparatoria a Sirte, poi è morto nel trasporto in ospedale. Le affermazioni di Jibril hanno dato il via a una ridda di ipotesi su chi si celi dietro la morte di Gheddafi. Molti puntano l’indice contro il Qatar, che all’insaputa del Cnt e della Nato ha sostenuto alcune delle fazioni ribelli, in particolare quelle del Jebel Nafusa, inviando armi e anche centinaia di soldati per combattere, 5.000 secondo alcune fonti. Doha vuole giocare un ruolo nel Paese, tanto che nel Cnt qualcuno a suo tempo ha ipotizzato che volesse consegnare Gheddafi nelle mani dei gruppi alleati, in particolare le fazioni islamiche. E i ribelli che hanno catturato Gheddafi a Sirte facevano parte dei gruppi armati di Misurata, la città martire che osanna il Qatar più di ogni altro Paese straniero. Altri puntano l’indice contro gli Usa, anche perché a Sirte hanno combattuto numerosi ‘volontari’ americani. Altri ancora sottolineano che in Libia hanno combattuto le forze speciali francesi e britanniche. I misteri del Colonnello potrebbero dunque rimanere per sempre tali: la speranza è che Saif al-Islam, figlio e delfino del Colonnello e Abadallah Senoussi, capo dell’Intelligence, entrambi ricercati dalla Cpi possano un giorno fare luce. La ”cattura è solo questione di tempo”, assicura il procuratore Luis Moreno-Ocampo. Il primo sarebbe alla testa di un ‘Fronte di liberazione’ (Lff) attivo nel sud del Paese, formato da ex gheddafiani, Tuareg e altre tribù nostalgiche del regime. Il secondo sarebbe al sicuro in Mali, forse in Niger, crocevia del traffico d’armi del regime, in gran parte in favore dell’Aqmi, il ramo nordafricano di Al Qaida, che ha oggi ammesso di essere uno dei principali acquirenti e di avere legami con alcune fazioni ribelli.
(di Claudio Accogli, Ansa 9 novembre 2011)