Ustica: dalle minacce alle querele. Non si può parlare di depistaggi

di | 8 giugno 2011

È un gioco che tende a ripetersi: ribadire un’opinione spacciandola come una “verità”, non importa quanto suffragata da prove oggettive. Che, se esistessero, permetterebbero la revisione di processi chiusi, se finiti con condanne, o l’apertura di nuovi filoni d’indagine. Basta però fare eco sfruttando magari sedi istituzionali e poi adire alle vie legali a scopo intimidatorio. È ciò che è accaduto nelle ultime settimane con la storia del Dc9 di Ustica, precipitato il 27 giugno 1980 con i suoi 81 passeggeri.
“Ciò che stupisce”, dice il giornalista Fabrizio Colarieti, che a lungo si è occupato di questa vicenda, “è la mancanza di conoscenza delle carte processuali. Che il Dc9 non fosse solo è un dato di fatto, lo prova il tracciato di Ciampino, lo provano le telefonate che da qui sono state fatte all’ambasciata americana. E poi c’è il discorso dei soccorsi: se nessuno depistò, se nessuno fece nulla per nascondere cosa in realtà è accaduto 31 anni fa, perché gli aiuti arrivarono solo dopo 7 ore?”
Colarieti, di fronte alla crescente cavalcata del sottosegretario Carlo Giovanardi contro la verità sul caso, non ci sta a vedere spacciate tesi screditate negli anni, dal punto di vista sia processuale che scientifico. E a proposito delle querele partite contro il depliant del Museo della Memoria di Bologna, che ospita i rottami dell’aereo, si rivolge ai militari, che si sentono diffamati. “D’accordo, in quattro sono stati assolti. Ma teniamo conto di un elemento non secondario. Le indagini per i depistaggi partirono mettendo sotto accusa decine di persone, tra ufficiali e sottufficiali. Poi, con gli anni, alcuni morirono, altri videro i reati andare prescritti e si è rimasti alla fine con quattro imputati poi giudicati non colpevoli. Ma questo non è sufficiente ad assolvere l’intera aeronautica”.

Un salto nel passato: di nuovo le false piste

Sembra di essere tornati indietro di trentun anni, al 27 giugno 1980 e alle ore immediatamente successive alla caduta dell’aereo, quando l’aeronautica militare fornì un tracciato radar falso (verrà dimostrato che lo fosse) in cui si mostrava un solo aereo in volo. Questo fu il primo di una lunga serie di depistaggi che – per quanto non abbiano portato alla condanna di alcun ufficiale perché non si dimostrarono le responsabilità personali nelle attività di disinformazione – compresero anche altre istituzioni dello Stato, come i servizi segreti militari.
E oggi come allora torna di prepotenza – o così si vorrebbe – una tesi smentita in più sedi. Se è impossibile anche per il più avventuroso dei revisionisti recuperare l’opzione del cedimento strutturale (all’inizio si disse che la fusoliera si era spezzata a causa del sale, trasportato quando il Dc9, prima di fare servizio passeggeri, era usato come cargo), ecco che qualcuno fa largo di nuovo alla presenza di una bomba a bordo piazzata nel bagno.
Già in passato i tecnici del politecnico di Torino hanno dimostrato che, se fosse esploso un ordigno mentre il Dc9 era in volo, i segni che avrebbe lasciato sarebbero stati differenti, così come lo stato dei corpi recuperati dal mar Mediterraneo. Senza contare la considerazione più ovvia: l’aereo decollò da Bologna verso Punta Raisi con due ore di ritardo. Dunque, in caso di esplosione, il botto sarebbe avvenuto prima della partenza: solo un timer avrebbe infatti potuto farlo detonare perché non esisteva alcun radiocomando per attivarla in volo. E poi, conclude il giudice Rosario Priore, al termine di un’istruttoria tutt’altro che semplice:

L’incidente è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il Dc9 è stato abbattuto con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti.

27 giugno 1980: un aereo scompare dai radar

All’inizio ad amici e familiari che quel venerdì sera attendevano i passeggeri del volo I-Tigi Douglas Dc9 della compagnia Itavia, partito alle 20.08 con due ore di ritardo dall’aeroporto Marconi di Bologna e diretto a Palermo, venne detto che l’aereo sarebbe giunto 180 minuti dopo. Infine, verso mezzanotte, poco più di quattro ore dopo l’orario di atterraggio, previsto in origine per le 19.30, il ritardo diventò “indeterminato” e a quel punto, a chi guardava il tabellone degli arrivi, fu chiaro che era successo qualcosa.
Il velivolo era caduto mentre stava sorvolando il tratto di mare compreso tra Ponza e Ustica portando con sé i 77 passeggeri e i 4 componenti dell’equipaggio. Ottantuno le vittime in totale e alla torre di controllo di Palermo si venne a sapere di problemi, forse gravi, a partire dalle 21.04, quando i piloti del Dc9 non rispondono più al tentativo di contatto per autorizzare l’atterraggio. L’ultima volta che avevano risposto era alle 20.58, agganciati dal controllo di Roma, lo stesso minuto in cui a Marsala i radar rilevano “qualcosa”, oltre alla traccia del Dc9. A commento di quanto stavano vedendo, due operatori dissero:

Sta’ a vedere che quello mette la freccia e sorpassa.

Revisionismi e revisionisti oggi sui banchi del governo

Carlo Giovanardi, sottosegretario modenese del governo Berlusconi, si è contraddistinto da diverso tempo a questa parte nell’attaccare la verità ufficiale sul disastro di Ustica. Cerca di far calare il silenzio sullo scenario di guerra di quel 27 giugno 1980, ma soprattutto vuole far scomparire le attività che soprattutto l’aeronautica militare mise in campo per ostacolare la ricostruzione dell’accaduto.
Sarà un caso, ma l’appartenenza politica di Giovanardi è la stessa di un altro personaggio che il sottosegretario vuole rilegittimare. Si tratta di Aurelio Misiti, diventato a inizio maggio 2011 sottosegretario alle infrastrutture e ai trasporti dopo un passato da comunista, sindacalista della Cgil, sostenitore dell’Italia dei Valori e infine transitato nell’Mpa di Raffaele Lombardo. Ma che c’entra Misiti con Ustica?
C’entra perché nel 1990 fu a capo del collegio dei periti che si occupò del Dc9 e nel giro di quattro anni produsse una relazione in cui, unico tra tutti i periti coinvolti, sosteneva la presenza di una bomba (si dimostrò inoltre che aveva contatti con gli imputati). Quella relazione venne presa dai magistrati e buttata via perché “affetta da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderla inutilizzabile”.

“Quereleremo chiunque, familiari delle vittime compresi”

L’offensiva di Giovanardi contro la ricostruzione ufficiale del disastro di Ustica non è fatto nuovo, si diceva. Ma a parte aver rispolverato vecchi documenti destituiti di fondamento, non ha presentato alcun elemento nuovo. Ha tuttavia promesso battaglia nelle aule di giustizia a chiunque sostenga tesi contrarie alla sua. Lo ha fatto in più sedi, compresa a fine novembre 2010 la prefettura di Bologna, e per primi se l’è presa con Andrea Purgatori e Fabrizio Colarieti, due giornalisti che in tempi diversi hanno lavorato sul caso giungendo alle stesse conclusioni di Priore (anzi, Purgatori le ha anticipate).
Ma non ha risparmiato gli altri, anche i parenti delle vittime. E lo ha fatto con dichiarazioni esplicite: chiunque sostenesse tesi che, oltre a parlare di azione di guerra, dovessero portare disdoro ad alti ufficiali dell’aeronautica militare, se la vedranno in tribunale accusati di diffamazione. Dunque, ecco oggi le prime vittime conclamate: l’Istituto Parri che ha redatto il volantino “incriminato”, il museo di arte moderna e il Comune di Bologna.

Scaricare l’aeronautica militare delle sue responsabilità

Lo pensa Falco Accame, già ammiraglio della marina e poi diventato presidente della commissione difesa della Camera. “Quello che sta facendo Giovanardi”, aggiunge l’ex militare, oggi al centro di una battaglia contro l’uso dell’uranio impoverito e le sue conseguenze, “significa dire che le uniche responsabili sono le autorità aeroportuali civili”.
Un sistema, insomma, per “salvare” a scoppio ritardato un’istituzione dello Stato sacrificandone altre. Vai a capirne il motivo e soprattutto vai a sapere perché adesso, a 31 anni dalla sciagura. “Dire ‘è stata la bomba’, in altre parole, ha uno scopo puramente strumentale”. Accame ha un’idea sua di cosa avvenne nei cieli sopra Ustica. “Di certo non fu un ordigno. E poi messo da chi? E un missile, se fosse stato, avrebbe distribuito i rottami dell’aereo in un raggio di almeno 30 miglia. Invece questo non è accaduto. Uno dei soccorritori poi mi raccontò del corpo di un carabiniere, ripescato con un laccio emostatico ricavato dalla maglietta per evitare di dissanguarsi da una ferita alla gamba. Di certo non se l’è fatto mentre precipitava”.
E allora cos’è accaduto quella sera in volo? Anche Accame, al di là delle sue divergenze con le tesi più accreditate, parla di ciò che accade oggi. “Si diffondono tesi politicizzate. E questo è un fatto”.

di Antonella Beccaria [link originale]