Bisogna salutare con soddisfazione la disponibilità francese a contribuire a fare luce sulla strage di Ustica in risposta all’apprezzabile iniziativa del governo italiano.
Perché Ustica per l’Italia è una ferita aperta che sanguina ancora. Si riprende così il filo di una trama diplomatica e investigativa che viene da lontano e che non sempre ha trovato a Parigi l’attenzione che Roma si sarebbe attesa da un Paese amico. È difficile prevedere se la nuova disponibilità transalpina porterà a modificare quanto sostenuto finora dalla Francia.
Ma ogni documento nuovo, ogni risposta circostanziata, ogni elemento suscettibile di verifica può contribuire a sciogliere alcuni nodi rimasti ancora irrisolti.
Ad esempio, si tratta di chiarire la sorte delle registrazioni radar francesi insieme con l’identità dei velivoli transalpini effettivamente operanti in quell’area, a partire dalla base di Solenzara, in Corsica, ma anche di incrociare i dati italiani con quelli Nato, contenuti nel rapporto del 1997 (che stabilì la presenza di cinque vettori non ancora individuati), e con quelli francesi.
Bisognerebbe, inoltre, verificare le posizioni e le attività operative delle portaerei Clemenceau e Foch e integrare, anche riservatamente, le risposte alle rogatorie internazionali presentate dall’Italia negli ultimi decenni.
Come spesso capita in queste vicende, è importante risalire al loro momento genetico, prima cioè che si affastellino depistaggi, impistaggi e disinformazioni che producono una cortina di fumo spesso impenetrabile.
Una cosa è certa: l’impronta iniziale, lasciata nell’imminenza della tragedia, rivela che la mattina del 28 giugno 1980 il capo del Sismi Giuseppe Santovito avvertì la necessità di spedire un fonogramma, che classificò «urgente», al conte Alexandre de Marenches, capo dello Sdece, il controspionaggio francese, in cui chiedeva proprio ai cugini transalpini spiegazioni su quanto poteva essere accaduto nel cielo di Ustica. A quanto risulta, non si ottenne lo straccio di una risposta.
A questo proposito è utile notare che il presidente degli Usa Bill Clinton, con una lettera inviata al presidente del Consiglio Giuliano Amato il 24 ottobre 2000, ha solennemente affermato di essere «fermo nella convinzione che non vi sia stato alcun coinvolgimento americano di qualsiasi sorta nell’incidente del Dc-9 Itavia».
Diversamente, il 27 settembre 2000, il presidente francese Jacques Chirac, in un’analoga missiva, ha ribadito il pieno sostegno della Francia «per aiutare la giustizia italiana a fare piena luce» sul tragico evento, ma non si è spinto, come il suo parigrado statunitense, a negare per iscritto qualsiasi responsabilità del proprio Paese.
Una differenza che, al netto delle ritualità diplomatiche, continua ad apparire rilevante e sarà interessante verificare come il suo successore Emmanuel Macron, ormai giunto alla fine del suo secondo e ultimo mandato, si conterrà. Tra le molte domande che in queste ore i nostri servizi segreti, la diplomazia e la magistratura possono tornare a esaminare, ce n’è una che meriterebbe un approfondimento specifico, fosse anche per essere smentita una volta per tutte.
Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga tra il 2007 e il 2008 dichiarò prima ai magistrati e poi in un’intervista di avere saputo dall’ammiraglio Fulvio Martini, ai vertici dei nostri servizi segreti, che un pilota della Marina francese avrebbe colpito il Dc-9 e si sarebbe suicidato dopo aver saputo che l’aereo era in realtà un velivolo civile.
Cossiga chiese a Martini se avesse approfondito questo aspetto con Parigi, ma l’ammiraglio gli «disse di no perché i francesi non gli avrebbero dato alcuna spiegazione o informazione» al riguardo.
In tutta evidenza, data l’autorevolezza sia del personaggio sia della sua possibile fonte, si tratta di una dichiarazione impegnativa. Tanto più che la notizia che diede era assai circostanziata e potenzialmente verificabile. Infatti, di questo tragico episodio dovrebbe essere possibile cercare le tracce negli archivi militari e amministrativi francesi, nei registri dell’epoca, negli atti relativi al personale delle unità interessate e persino nelle cronache e negli annunci mortuari dei giornali locali. Un suicidio può essere stato circondato dal riserbo, tanto più se riguardava un militare coinvolto in un affare di Stato, ma è ragionevole domandarsi se possa essere del tutto scomparso.
Dopo quarantasei anni, la ricerca della verità su Ustica non ha bisogno di nuove suggestioni, ma di documenti, riscontri e risposte verificabili. Se non ora, quando?

di Miguel Gotor per la Repubblica, 30 settembre 2026

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