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Ustica e i missili di Ortona. Ecco cosa non c’è nelle carte del Sismi

missili ortona

A Ortona, nella notte tra il 7 e l’8 novembre del 1979, tre membri dell’autonomia italiana vengono sorpresi mentre trasportano missili “Strela” destinati alla resistenza palestinese. In occasione del 42° anniversario della Strage di Ustica, su sollecitazione dell’Associazione dei Parenti della stessa strage, nell’ambito dell’applicazione della direttiva Renzi-Draghi, la documentazione su questo episodio, ma anche sui risvolti, le trattative e l’impegno dei nostri Servizi segreti, è stata resa pubblica e disponibile per la consultazione all’Archivio Centrale dello Stato.

Carte da cui emerge, innanzitutto, una precisa indicazione che “tutta la documentazione” è stata sottoposta al vaglio della magistratura che l’ha valutata utile più ad escludere piste (legate al caso Ustica), che ad accertare una determinata verità, dunque prive di elementi utili alle speculazioni che continua a coltivare l’ex senatore Carlo Giovanardi, insieme ai sostenitori della tesi della bomba collocato a bordo del Dc9 Itavia.

Si tratta di 32 documenti prodotti dal 15 novembre 1979 in poi. Si riporta la costernazione di Yasser Arafat “per il grave episodio che compromette, se non addirittura annulla quanto acquisito durante anno in corso nel campo politico diplomatico. Soprattutto nei confronti di governi Europa occidentale e settori dell’opinione pubblica statunitense” e si individua una responsabilità nella vicenda del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) proprio per la presenza del cittadino giordano Abu Anzeh Saleh, arrestato pochi giorni dopo l’operazione di Ortona, residente a Bologna e già conosciuto dalla Questura.

In un altro documento, datato 20 novembre, si assicura che tutta l’operazione non è collegata con l’Italia, si tratta soltanto di un transito di materiale che doveva servire ad una offensiva contro Israele.
Da ciò parte una delle richieste principali nella trattativa che si apre con i nostri Servizi: Israele non deve avere notizie sulle armi, nemmeno nelle pieghe dell’eventuale processo giudiziario.

In data 21 novembre viene prodotta una sintesi destinata al direttore del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi): l’Olp conferma la sua estraneità all’accaduto e da parte FPLP si afferma che le armi erano soltanto in transito in Italia, come altre spedizioni si erano avute attraverso altri Paesi Occidentale; Abu Saleh era soltanto un intermediario che aveva agevolato il trasporto dalla nave, che non c’era nessuna connessione con azioni di terrorismo programmate in Italia, come da precedenti impegni assunti con le autorità italiane.

Da documentazione successiva, data 17 dicembre, emerge un protagonismo del FPLP che chiede che della trattativa sia espressamente informato il Presidente del Consiglio Francesco Cossiga dal quale si vuole ottenere un impegno per vietare che “i due lanciamissili e relativa documentazione siano esaminati aut consegnati ai servizi israeliani, si chiedono anche passi per ridimensionare gravità delle accuse. l’estensore italiano della nota segnala una esasperazione della controparte forse sotto pressione per le critiche interne”.

Intanto il processo di primo grado si era concluso nel gennaio ’80 con la condanna a sette anni di reclusioni per tutti gli imputati. Il successivo 24 aprile il Sismi invia a Cossiga – e in copia anche al ministro della Difesa Lelio Lagorio, al ministro della Giustizia Tommaso Morlino, al capo di Gabinetto della presidenza del Consiglio Arnaldo Squillante e al segretario generale del Cesis, Walter Pelosi – la richiesta di celebrare, in accordo con la difesa, al più presto il processo d’Appello, di sollecitare una riduzione di pena per gli autonomi e l’assoluzione, per insufficienza di prove, per Abu Salem, come già richiesto in aula dai loro difensori.

Inoltre, si chiede che non abbia luogo il processo “partecipazione a banda armata” e che agli eventuali condannati siano estesi i benefici che hanno goduto in Italia e che al termine dell’iter le armi siano distrutte, riservandosi un risarcimento di 60mila dollari per il FPLP. Si fa presente che senza segnali entro il 15 maggio lo stesso Fronte riterrà superata la fase del dialogo e potrà sviluppare iniziative a carattere intimidatorio, ma si precisa che nessuna azione sarà effettuata contro l’ambasciata italiana a Beirut e il suo personale, e nemmeno contro interessi italiani in Libano. Subito dopo, con un messaggio del 26 aprile, si comunica che un autorevole interlocutore ha dichiarato che la dirigenza del FPLP non effettuerà comunque alcune azione contro interessi italiani in Libano.

Dai documenti si evince che la trattativa va avanti anche se da parte italiana emerge la consapevolezza – nota del 12 maggio – dell’esistenza di qualche difficoltà che potrebbe arrivare nel dare risposta alle richieste “giudiziarie” (per mutamenti del governo determinato dalle elezioni, della Corte o da situazioni interne).

Intanto, si muove anche in Italia il collegio di difesa. C’è timore che il FPLP si senta ingannato – nota del 27 giugno – e riprenda, quindi, la sua libertà d’azione, ma il dialogo continua e già il 25 settembre con un messaggio al Comitato per i servizi di informazione e sicurezza il direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, comunica che il FPLP chiede di conoscere, entro il successivo 3 ottobre, la data dell’appello e la situazione degli imputati in relazione all’atteggiamento dell’accusa della Corte giudicante. Il 17 dicembre emerge una richiesta specifica dal FPLP perché di tutta la trattativa sia riservatamente informato il Presidente del Consiglio Cossiga, dal quale deve venire l’impegno a non fornire nessuna informazione sui lanciamissili sequestrati ai Servizi israeliani o Usa.

Si arriva al maggio ’81 quando emerge la richiesta prioritaria della libertà provvisoria per Abu Sales. Ma il 29 maggio la Corte dell’Aquila respinge la richiesta di scarcerazione e da Beirut si comunica preoccupazione per la reazione del FPLP che può interpretare l’atto come “una dimostrazione definitiva dell’atteggiamento negativo delle autorità italiane” sulla vicenda e che possa riprendere la sua piena libertà d’azione. In sostanza non si dovrebbe più fare affidamento sulle “sospensioni” delle attività terroristiche in Italia e contro gli interessi italiani concordata dal FPLP nel 1973.

Si paventano due operazioni: il dirottamento di un aereo Alitalia su una rotta dell’Estremo Oriente o dell’Australia, oppure l’occupazione di una Ambasciata in un Paese del Centro o sud America. Mentre si fa presente che dall’Olp giungono conferme per la salvaguardia degli interessi italiani.

Nel gennaio ’82 una nota riassume l’intera vicenda al Direttore del Sismi. L’ultimo documento risale al febbraio ’82 nel quale si dà notizia di incontri con rappresentanti palestinesi a Beirut, anche nella residenza dell’Ambasciatore: sono molti i problemi trattati e riguardo alla vicenda si parla di una definitiva chiusura senza esborso di denaro (la richiesta per la perdita delle armi), nemmeno per l’acquisto di un’ambulanza come era stato ventilato da Santovito.

La vicenda si è chiusa. È questa la storia di una trattativa che è andata avanti nel tempo, con qualche tensione, ma senza drammatiche ritorsioni, fra entità che cercavano solo la via della comprensibile collaborazione.

(di Andrea Benetti)

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