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Storia di un picconatore

Solo lui conosceva quanti e quali erano gli indicibili segreti di Stato che, alla fine, si è portato fin dentro la tomba. Francesco Cossiga, l’ex tutto, che non a caso in Senato sedeva nello scranno numero 007, se n’è andato a modo suo, il 17 agosto, quasi sbattendo la porta in faccia a tutti e lasciando, all’Iddio, il compito di proteggere l’Italia. Del resto in quale altro modo interpretare la scelta di tenere fuori dal suo funerale tutte le cariche dello Stato, nessuna esclusa. Tranne pochi altri, come loro, quelli senza volto e senza nome: i suoi fedeli figliocci dei corpi speciali.

E i segreti? I segreti – cioè tutto quello che ancora non sappiamo su più o meno mezzo secolo di storia repubblicana – se li è portati via con sé. Forse, visto il soggetto, quelli non li ha rivelati proprio a nessuno: perché un segreto di Stato è tale, è tale deve rimane. O magari, come amano pensare in rete gli amanti della dietrologia, quelle quattro lettere indirizzate alle più alte cariche dello Stato contenevano anche quelli. Oppure i suoi fedeli “apparati” dell’intelligence, un attimo dopo, su sua precisa indicazione, hanno raccolto il suo archivio e se lo sono portato via. Perché, spie e segreti, erano sì la sua passione, ma anche la sua ossessione.

Cossiga si era dimesso dalla vita, prima che della politica. Chi lo conosceva bene, oggi, racconta che la sua lunga agonia era cominciata da mesi. Non si alzava più dal letto. Aveva deciso di non tornare più indietro, di voltare le spalle alla vita una volta per tutte. A dicembre ci aveva scritto una lettera, commentando un nostro articolo sul caso Ustica, con cui avevamo inaugurato le pubblicazioni di questo settimanale. Solo poche righe che, tuttavia, lasciavano trasparire il malessere che, piano piano, lo stava portando via e non gli permetteva, a causa o per scelta, di incontrarci per un’intervista.

Aveva smesso di lottare contro quella depressione, di cui spesso parlava, che da anni gli si era nascosta dentro e lo stava lentamente divorando. «Ha scelto di isolarsi. Rifiutava i farmaci, lui che ai controlli in ospedale si presentava con la valigetta piena di pasticche», racconta il suo medico personale. Una scelta, quella di lasciarsi andare, che arriva da lontano, almeno dal 2007, quando scrisse proprio quelle quattro lettere, dove, dettagliatamente, aveva indicato cosa fare quando sarebbe arrivato il momento: «Nel mio testamento ho disposto che le mie esequie abbiano carattere del tutto privato, con esclusione, in quella sede di ogni pubblica onoranza e senza partecipazione di alcuna pubblica Autorità». Punto. Così è andata. Tutti hanno rispettato il suo volere. Chi lo amava e anche chi lo odiava.

Intorno a lui, nella camera ardente, alla fine ci sono andati davvero tutti. Per l’occasione si sono rifatti vivi perfino loro, i brigatisti, quelli delle Bierre, quelli del caso Moro. Proprio loro che, a suo dire, l’avevano fatto uscire di testa in cinquantacinque giorni, facendogli imbiancare i capelli e riempire la pelle di quelle macchie bianche: «Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto».

«Sempre più negli anni Cossiga Francesco aveva trovato il suo maggiore oppositore nel suo alter ego Francesco Cossiga – scrive Paolo Cucchiarelli dell’Ansa, uno che di spettri del passato e misteri d’Italia se ne intende davvero -. Del resto era stato lui stesso a spiegare di avere dentro di sé “due o tre” verità, legate a diverse personalità». Francesco Cossiga – sia quello con la C che quello con la K – è ben raccontato dentro un libro, Fotti il potere (Aliberti, 2010), il suo ultimo testamento, scritto con Andrea Cangini. Un libro, come lui stesso scrive, rigorosamente vietato “agli idealisti” perché, spiegava, «la verità è che la menzogna, ben più della verità è all’origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a se stessi». Insomma, tutto e il contrario di tutto, come sempre, in perfetto stile Cossiga, e chi si aspettava chissà quale rivelazione, anche stavolta, l’ultima, è rimasto a bocca asciutta. E poi: «La mafia ci appartiene, tanto vale accettarla»; «governare è far credere»; «i politici sono marionette nelle mani dei banchieri».

Il 2010 non è solo l’anno in cui se n’è andato, il picconatore, ma è anche l’anno di due anniversari: UsticaBologna. Un’isola e una città. Un aereo che piomba in mare, con a bordo 81 passeggeri, e una stazione che salta in aria, con dentro 85 viaggiatori. Le stragi. Quelle dell’estate 1980, quelle avvenute mentre lui, Cossiga Francesco, era seduto a Palazzo Chigi. Era già ammalato e stanco mentre a Bologna i familiari delle vittime ricordavano, trent’anni dopo, quelle due terribili giornate e ha scelto di non parlare. «Aveva scelto di tacere – scrive ancora Cucchiarelli -, incerto se dare ragione a Francesco Cossiga o a Cossiga Francesco».

Per Ustica, nel 2007, disse, anche ai magistrati della procura di Roma, che a sparare il missile che avrebbe tirato giù il Dc9 dell’Itavia era stata la Francia, per errore. Subito dopo, nel suo stile, affermò di non averlo mai detto. Cossiga, del resto, era così. Bologna, idem. Prima accusò l’estrema destra, poi disse che la strage alla stazione era opera dei palestinesi. «La verità avrebbe reso libero anche lui, ma ha preferito servire la menzogna e, come ultima sfida, l’ha anche osannata nel suo ultimo libro e nelle sue ultime interviste dove dichiara che mentire è utile». La pensa così uno dei “suoi” gladiatori, G71, al secolo Antonino Arcorte, agente di Gladio.

«Come a qualcuno piace il giardinaggio, a me piacciono le spie». Proprio così: le spie, ma non i delatori, erano la sua passione. Come tutti gli aggeggi che aveva in casa: dai computer alle linee telefoniche, “rosse” e sempre connesse con quelli che contano, dai ricetrasmittenti ai cellulari di ultima generazione. Gli piacevano molto anche i libri sull’intelligence: in una stanza, dove amava ricevere gli ospiti, c’era una grande libreria, esclusivamente dedicata ai saggi e ai romanzi che parlavano degli 007. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se anche lo scrittore inglese, Ken Follett, quando lavorava ai suoi best seller, ogni tanto, si ritrovava a consultare Cossiga.

«Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia». Parole dure, quelle che Nando Dalla Chiesa ha affidato alle colonne de Il Fatto quodiano: «E dunque, parlando di Francesco Cossiga, – scrive ancora il figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale Dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga, che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino – chiosa Nando Dalla Chiesa – e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie».

Il Punto – di Fabrizio Colarieti – 7 settembre 2010

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