“La nuova Libia libera sarà sicuramente disponibile per qualsiasi forma di collaborazione nella ricerca della verità sulla strage di Ustica”. Lo ha affermato l’ambasciatore libico a Roma, Abdul Hafed Gaddur, intervenendo alla presentazione del libro Italia-Libia. Stranamore che in alcuni capitoli tratta di una sospetta mano gheddafiana sul caso della caduta del velivolo Dc-9 Itavia, avvenuta il 27 giugno 1980. Tuttavia, il diplomatico di Tripoli ha sottolineato di “non essere certo che la Libia possa dare realmente una mano in questo senso. Non è che in tutte le stragi che ci sono state al mondo si possa dire che ci sia la Libia dietro”. In ogni caso, ha assicurato Gaddur, “siamo felici di dare la nostra disponibilità ma occorre avere pazienza perché la nuova Libia ha bisogno di tempo. Noi dobbiamo essere responsabili di tutto ciò che è stato fatto con il regime e avere un impegno internazionale con i paesi amici, a partire dall’Italia”. (Fonte Ansa)
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L’incandescenza della luce delle ottantuno lampadine si attenua, poi rinvigorisce. Come le pulsazioni di un cuore. Come le pulsazioni dei cuori delle ottantuno vittime della Strage di Ustica. Sessantaquattro adulti, undici ragazzi, due bambini, quattro componenti dell’equipaggio. Questi sono i numeri della terribile notte del 27 giugno 1980. In questa data, nei cieli italiani, si è consumato un attacco di guerra in tempo di pace che ha ucciso gli ottantuno civili passeggeri del volo Itavia 870 Bologna-Palermo.
ROMA – Il processo per il golpe Borghese riempie ottantanove raccoglitori di carte, il totale dei primi tre dedicati al sequestro e all’ omicidio di Aldo Moro arriva a trecentodieci. Poi c’è il dibattimento per l’attentato a Giovanni Paolo II, novanta faldoni di documenti, mentre quello per la rapina all’ufficio postale di piazza dei Caprettari – con un poliziotto abbattuto da una raffica di mitra sparata dai banditi, in pieno centro, nel 1975 – si ferma a undici. Gli atti raccolti nel 1983 per giudicare 253 imputati del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato sono contenuti in 160 faldoni. Sono i numeri dei grandi processi celebrati davanti alla Corte d’assise di Roma tra il 1951 e il 1990, che il tribunale ha deciso di cedere all’archivio di Stato. Quarant’anni di attività giudiziaria sfociata in accusatori, accusati e testimoni che sfilavano davanti ai giudici popolari; casi grandi e piccoli, episodi di malavita noti e meno noti, attentati e trame rosse e nere che hanno segnato la vita pubblica nella cosiddetta «prima Repubblica». Quelle carte ormai ingiallite e sfrangiate al limite del deterioramento, chiuse finora nei sotterranei del Palazzo di giustizia, saranno trasferite nella sede dell’Archivio romano dello Stato, a disposizione degli studiosi: così la cronaca si trasforma, ufficialmente, in storia. «È un momento importante, un segnale di transizione anche generazionale – spiega il direttore dell’Archivio, Eugenio Lo Sardo -. Con la consegna di questi documenti si passa dal momento della valutazione giudiziaria a quello di una riflessione critica e storica su eventi cruciali per l’esistenza collettiva. Basti pensare alla vicenda Moro, per la quale tutti si ricordano dov’erano e che cosa stavano facendo quando hanno saputo del rapimento e dell’ omicidio». Proprio al presidente della Democrazia cristiana assassinato dalle Brigate rosse nel 1978 è dedicato l’ anticipo di questa operazione: il restauro delle lettere autografe di Aldo Moro scritte nella «prigione del popolo», che rischiavano di ammuffire nelle cartelline di plastica dov’erano custodite, e oggi saranno esposte al Salone della giustizia in corso in a Roma.
“Farò il mio massimo”. Lo ha promesso ieri Martin Schulz, prossimo presidente del Parlamento europeo, ai familiari delle vittime della strage di Ustica
Trentuno anni dopo, i parenti delle vittime della strage di Ustica conoscono “la verità storica” ma non i nomi dei responsabili dell’abbattimento del Dc9 dell’Itavia in cui il 27 giugno 1980 morirono 81 persone. E’ per cercare di arrivare alla “verità giudiziaria” che la presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Daria Bonfietti, è stata invitata dal Pd al Parlamento europeo per sensibilizzare e mobilitare tutte le forze politiche europee e sollecitare l’invio delle risposte alle rogatorie chieste dai giudici italiani a Germania, Francia, Belgio e Gran Bretagna, che avevano aerei in volo nella zona della tragedia insieme a Usa e, probabilmente, Libia. “Deve essere rispettato il principio della leale cooperazione” tra i paesi membri della Ue, hanno affermato Salvatore Caronna e Sergio Cofferati. Per quest’ultimo quella di Ustica “è una vicenda europea perché è stata una pagina drammatica per l’Italia ed oscura per l’Europa”. “Vogliamo portare la tragedia di Ustica in Europa” ha detto la Bonfietti, che su quel Dc9 perse il fratello, mostrando “l’unico tracciato radar” che “è tutto quanto resta dopo la corsa alla distruzione” sistematica dei documenti che potrebbero avere rilevanza di prova nel procedimento penale ancora in corso per accertare le responsabilità degli atti di guerra in tempo di pace che portarono all’abbattimento dell’aereo dell’Itavia, come riscostruito nel 1999 dal giudice Rosario Priore. Tra gli incontri che la Bonfietti, accompagnata da Fortuna Davì e Lina Gambino che nella strage persero i mariti, ha avuto al Parlamento europeo, quelli con i presidenti delle commissioni Libertà Civili (lo spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar) e Petizioni (l’italiana Erminia Mazzoni) ed il capogruppo dei socialisti-democratici Martin Schulz. Il capogruppo Pd, David Sassoli, ha quindi lanciato “un appello al nuovo governo Monti perché sostenga, coi ministri della Difesa e degli Esteri” l’iniziativa per sbloccare le risposte alla rogatorie chieste a partire dal 2007 e tuttora senza risposta. (Fonte Ansa)
Ustica e Lockerbie, le armi di distruzione di massa e gli accordi per il petrolio, fino al piano di colpo di Stato in Iraq rivelato di recente: sono solo alcuni dei segreti che Muammar Gheddafi si è portato nella tomba, ”assassinato dai ribelli dopo un ordine ricevuto da una potenza estera”, ha sostenuto oggi Mahmoud Jibril, l’ex premier ad interim del Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt). “Il fatto che sia stato catturato, guardato a vista per un momento, e poi sia stato assassinato è la prova che i ribelli hanno ricevuto l’ordine di ucciderlo”, ha detto Jibril. Il ‘mandante’ potrebbe essere uno Stato, un presidente o un capo, “in ogni caso una persona che ha voluto uccidere Gheddafi perché‚ non divulgasse dei segreti”. L’ex premier del Cnt, sostituito a fine ottobre da Abdul al Rahim Al Qeeb, ha poi auspicato che chi ha sparato a Gheddafi non sia ucciso perché potrebbe svelare i misteri sulla fine del rais. Due ribelli appartenenti al commando di cinque che aveva scovato il rais a Sirte avevano rivelato all’Ansa che il Colonnello “non era stato ferito da armi da fuoco” quando venne caricato su una ambulanza. Secondo la versione del Cnt, Gheddafi è stato colpito al torace e alla testa durante una sparatoria a Sirte, poi è morto nel trasporto in ospedale. Le affermazioni di Jibril hanno dato il via a una ridda di ipotesi su chi si celi dietro la morte di Gheddafi. Molti puntano l’indice contro il Qatar, che all’insaputa del Cnt e della Nato ha sostenuto alcune delle fazioni ribelli, in particolare quelle del Jebel Nafusa, inviando armi e anche centinaia di soldati per combattere, 5.000 secondo alcune fonti. Doha vuole giocare un ruolo nel Paese, tanto che nel Cnt qualcuno a suo tempo ha ipotizzato che volesse consegnare Gheddafi nelle mani dei gruppi alleati, in particolare le fazioni islamiche. E i ribelli che hanno catturato Gheddafi a Sirte facevano parte dei gruppi armati di Misurata, la città martire che osanna il Qatar più di ogni altro Paese straniero. Altri puntano l’indice contro gli Usa, anche perché a Sirte hanno combattuto numerosi ‘volontari’ americani. Altri ancora sottolineano che in Libia hanno combattuto le forze speciali francesi e britanniche. I misteri del Colonnello potrebbero dunque rimanere per sempre tali: la speranza è che Saif al-Islam, figlio e delfino del Colonnello e Abadallah Senoussi, capo dell’Intelligence, entrambi ricercati dalla Cpi possano un giorno fare luce. La ”cattura è solo questione di tempo”, assicura il procuratore Luis Moreno-Ocampo. Il primo sarebbe alla testa di un ‘Fronte di liberazione’ (Lff) attivo nel sud del Paese, formato da ex gheddafiani, Tuareg e altre tribù nostalgiche del regime. Il secondo sarebbe al sicuro in Mali, forse in Niger, crocevia del traffico d’armi del regime, in gran parte in favore dell’Aqmi, il ramo nordafricano di Al Qaida, che ha oggi ammesso di essere uno dei principali acquirenti e di avere legami con alcune fazioni ribelli.
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