Gaddur: “La nuova Libia è disponibile a collaborare”

“La nuova Libia libera sarà sicuramente disponibile per qualsiasi forma di collaborazione nella ricerca della verità sulla strage di Ustica”. Lo ha affermato l’ambasciatore libico a Roma, Abdul Hafed Gaddur, intervenendo alla presentazione del libro Italia-Libia. Stranamore che in alcuni capitoli tratta di una sospetta mano gheddafiana sul caso della caduta del velivolo Dc-9 Itavia, avvenuta il 27 giugno 1980. Tuttavia, il diplomatico di Tripoli ha sottolineato di “non essere certo che la Libia possa dare realmente una mano in questo senso. Non è che in tutte le stragi che ci sono state al mondo si possa dire che ci sia la Libia dietro”. In ogni caso, ha assicurato Gaddur, “siamo felici di dare la nostra disponibilità ma occorre avere pazienza perché la nuova Libia ha bisogno di tempo. Noi dobbiamo essere responsabili di tutto ciò che è stato fatto con il regime e avere un impegno internazionale con i paesi amici, a partire dall’Italia”. (Fonte Ansa)

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La Procura di Bologna “assolve” il volantino del Museo

Secondo la Procura di Bologna va archiviata la querela per diffamazione presentata dall’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e della Difesa, generale Lamberto Bartolucci, nei confronti degli autori di un volantino-depliant sulla ricostruzione della strage di Ustica (27 giugno del 1980, un aereo Itavia si inabissò con a bordo quattro membri dell’equipaggio e 77 passeggeri), distribuito al Museo della memoria di Ustica, che si trova nel capoluogo emiliano. Per il Pm Giampiero Nascimbeni non ci sono elementi di rilevanza penale e comunque non ci sono elementi per andare in giudizio e sostenere l’accusa. Il generale aveva spiegato nel giugno scorso di aver presentato la querela perchè «non si può tollerare dopo anni di sofferenze ed un processo nel quale assieme ad altri generali dell’Aeronautica sono stato prosciolto da ogni addebito, di essere nuovamente vittima di affermazioni false e diffamatorie nei confronti miei, dei colleghi nel frattempo deceduti e dell’intera Aeronautica italiana». Ad essere contestato era, innazitutto, un passaggio del depliant in cui si diceva che gli imputati accusati di alto tradimento vennero «prosciolti nel 2004 e all’inizio del 2006 assolti dalla Cassazione». Secondo Bartolucci si tratta di una informazione non esatta, visto che i gen. Corrado Melillo e Zeno Tascio vennero assolti per non aver commesso il fatto, perchè il fatto non costituisce reato e perchè il fatto non sussiste. Per i generali Bartolucci e Franco Ferri la Corte di Assise aveva deciso il non doversi procedere per prescrizione per un paio di capi di imputazione e assoluzione perchè il fatto non sussiste per tutte le altre imputazioni. Riguardo al passaggio che dice «all’inizio del 2006 assolti dalla Cassazione», Bartolucci e Ferri vennero assolti in Assise d’Appello perchè il fatto non sussiste e la sentenza fu poi confermata dalla Cassazione. Secondo la Procura di Bologna non c’è contenuto diffamatorio ma si tratta di una piccola leggerezza nella ricostruzione. C’era poi un passaggio del volantino ritenuto diffamatorio dal generale, perchè si diceva che i Vertici dell’Aeronautica Militare e in parte dello Stato «hanno ritenuto essere fedeli al patto militare prima che al loro paese». Ma per il Pm Nascimbeni queste considerazioni hanno avuto riscontro nelle sentenza con cui la terza sezione Civile del Tribunale di Palermo nel novembre scorso ha condannato il Ministero della Difesa al risarcimento dei danni dovuti per intralci alle indagini di appartenenti all’Aeronautica militare. In pratica il giudizio della Procura è che il volantino, che riporta affermazioni non dirette contro Bartolucci ma contro vertici di Aeronautica e di parte dello Stato, è la sintesi di una verità giudiziaria e non travalica i limiti dell’esercizio del diritto di critica. Quindi non c’è diffamazione. Sul volantino ci furono anche polemiche politiche, avviate da Carlo Giovanardi, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio del Governo Berlusconi. Continua a leggere

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Violazione del diritto di sapere (progre.eu)

L’incandescenza della luce delle ottantuno lampadine si attenua, poi rinvigorisce. Come le pulsazioni di un cuore. Come le pulsazioni dei cuori delle ottantuno vittime della Strage di Ustica. Sessantaquattro adulti, undici ragazzi, due bambini, quattro componenti dell’equipaggio. Questi sono i numeri della terribile notte del 27 giugno 1980. In questa data, nei cieli italiani, si è consumato un attacco di guerra in tempo di pace che ha ucciso gli ottantuno civili passeggeri del volo Itavia 870 Bologna-Palermo.
Nelle motivazioni della sentenza n. 4067/2011, pubblicate lo scorso 20 settembre 2011 dalla terza sezione civile del Tribunale di Palermo, che ha condannato il Ministero della Difesa e dei Trasporti al risarcimento di 100 milioni di euro ai familiari delle vittime poiché “non garantirono la sicurezza del volo e depistarono le indagini”, si legge come: «l’incidente occorso al DC-9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC-9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC-9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il DC-9».
2011. Trentuno anni, costellati di menzogne, false testimonianze, prescrizioni, morti difficilmente spiegabili, silenzi. E dolore. Ripercorriamo questi trentuno anni con Daria Bonfietti, Presidente dell’associazione Vittime della Strage di Ustica. La intervistiamo qui, al Museo della Memoria, illuminato dalle pulsazioni degli ottantuno passeggeri di quel tragico volo. Continua a leggere

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Aperti i fascicoli dei misteri. C’è Moro, manca Ustica (Corsera)

ROMA – Il processo per il golpe Borghese riempie ottantanove raccoglitori di carte, il totale dei primi tre dedicati al sequestro e all’ omicidio di Aldo Moro arriva a trecentodieci. Poi c’è il dibattimento per l’attentato a Giovanni Paolo II, novanta faldoni di documenti, mentre quello per la rapina all’ufficio postale di piazza dei Caprettari – con un poliziotto abbattuto da una raffica di mitra sparata dai banditi, in pieno centro, nel 1975 – si ferma a undici. Gli atti raccolti nel 1983 per giudicare 253 imputati del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato sono contenuti in 160 faldoni. Sono i numeri dei grandi processi celebrati davanti alla Corte d’assise di Roma tra il 1951 e il 1990, che il tribunale ha deciso di cedere all’archivio di Stato. Quarant’anni di attività giudiziaria sfociata in accusatori, accusati e testimoni che sfilavano davanti ai giudici popolari; casi grandi e piccoli, episodi di malavita noti e meno noti, attentati e trame rosse e nere che hanno segnato la vita pubblica nella cosiddetta «prima Repubblica». Quelle carte ormai ingiallite e sfrangiate al limite del deterioramento, chiuse finora nei sotterranei del Palazzo di giustizia, saranno trasferite nella sede dell’Archivio romano dello Stato, a disposizione degli studiosi: così la cronaca si trasforma, ufficialmente, in storia. «È un momento importante, un segnale di transizione anche generazionale – spiega il direttore dell’Archivio, Eugenio Lo Sardo -. Con la consegna di questi documenti si passa dal momento della valutazione giudiziaria a quello di una riflessione critica e storica su eventi cruciali per l’esistenza collettiva. Basti pensare alla vicenda Moro, per la quale tutti si ricordano dov’erano e che cosa stavano facendo quando hanno saputo del rapimento e dell’ omicidio». Proprio al presidente della Democrazia cristiana assassinato dalle Brigate rosse nel 1978 è dedicato l’ anticipo di questa operazione: il restauro delle lettere autografe di Aldo Moro scritte nella «prigione del popolo», che rischiavano di ammuffire nelle cartelline di plastica dov’erano custodite, e oggi saranno esposte al Salone della giustizia in corso in a Roma. Continua a leggere

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L’impegno di Schulz: “Farò il mio massimo, ma i vostri Servizi…”

“Farò il mio massimo”. Lo ha promesso ieri Martin Schulz, prossimo presidente del Parlamento europeo, ai familiari delle vittime della strage di Ustica volati a Bruxelles per cercare di smuovere le acque e sollecitare un interessamento delle istituzioni europee su una vicenda che risale a più di 31 anni fa ma che ancora non è giunta ad una verità. Il capogruppo dei socialisti e democratici, che ha incontrato la delegazione guidata da Daria Bonfietti ieri pomeriggio nel suo studio, si è mostrato molto preparato sulla vicenda di Ustica, dimostrando di conoscerla a fondo. Ha ascoltato parlare Bonfietti e gli eurodeputati Salvatore Caronna, Sergio Cofferati e David Sassoli in italiano, poi ha risposto loro in francese. Ha chiesto cosa potesse fare “concretamente” nel suo prossimo mandato da presidente del Parlamento europeo, ha promesso che cercherà di capire quali informazioni ci sono in Germania su questa vicenda e di farsi avanti per cercare i contatti giusti. Scettico sulla possibilità di aprire una commissione d’inchiesta europea (“ci vogliono violazioni delle normative comunitarie”), interessato all’idea di un lavoro della commissione petizioni che interpelli i governi refrattari a rispondere alle rogatorie, l’eurodeputato tedesco, nonché presidente in pectore del Parlamento europeo, ha proposto anche un’ulteriore strada, su cui intende muoversi. La carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ha spiegato Schulz, tutela anche il diritto all’accesso ai documenti e alle informazioni. Su questo principio, secondo Schulz, si potrebbe fare leva, dandone una lettura di “diritto alla verità”, soprattutto per i parenti più vicini alle vittime, a cui la verità (ma anche l’accesso ai documenti) sono stati negati per così tanti anni. “Datemi un po’ di tempo per riflettere su questa strada” ha detto Schulz, promettendo che farà “il massimo” a Bonfietti e agli eurodeputati italiani, che hanno portato la vicenda di Ustica a Bruxelles nel tentativo di ottenere finalmente risposte dai paesi che fino a oggi hanno pressoché lasciato cadere nel vuoto le rogatorie dei magistrati italiani senza risposta (Francia in testa, ma ci sono anche Inghilterra, Belgio, Germania e Usa). Continua a leggere

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Il parlamento europeo si mobilita per la verità su Ustica

Trentuno anni dopo, i parenti delle vittime della strage di Ustica conoscono “la verità storica” ma non i nomi dei responsabili dell’abbattimento del Dc9 dell’Itavia in cui il 27 giugno 1980 morirono 81 persone. E’ per cercare di arrivare alla “verità giudiziaria” che la presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Daria Bonfietti, è stata invitata dal Pd al Parlamento europeo per sensibilizzare e mobilitare tutte le forze politiche europee e sollecitare l’invio delle risposte alle rogatorie chieste dai giudici italiani a Germania, Francia, Belgio e Gran Bretagna, che avevano aerei in volo nella zona della tragedia insieme a Usa e, probabilmente, Libia. “Deve essere rispettato il principio della leale cooperazione” tra i paesi membri della Ue, hanno affermato Salvatore Caronna e Sergio Cofferati. Per quest’ultimo quella di Ustica “è una vicenda europea perché è stata una pagina drammatica per l’Italia ed oscura per l’Europa”. “Vogliamo portare la tragedia di Ustica in Europa” ha detto la Bonfietti, che su quel Dc9 perse il fratello, mostrando “l’unico tracciato radar” che “è tutto quanto resta dopo la corsa alla distruzione” sistematica dei documenti che potrebbero avere rilevanza di prova nel procedimento penale ancora in corso per accertare le responsabilità degli atti di guerra in tempo di pace che portarono all’abbattimento dell’aereo dell’Itavia, come riscostruito nel 1999 dal giudice Rosario Priore. Tra gli incontri che la Bonfietti, accompagnata da Fortuna Davì e Lina Gambino che nella strage persero i mariti, ha avuto al Parlamento europeo, quelli con i presidenti delle commissioni Libertà Civili (lo spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar) e Petizioni (l’italiana Erminia Mazzoni) ed il capogruppo dei socialisti-democratici Martin Schulz. Il capogruppo Pd, David Sassoli, ha quindi lanciato “un appello al nuovo governo Monti perché sostenga, coi ministri della Difesa e degli Esteri” l’iniziativa per sbloccare le risposte alla rogatorie chieste a partire dal 2007 e tuttora senza risposta. (Fonte Ansa) Continua a leggere

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Bonfietti, i ministeri rispettino la sentenza e il governo ritiri il ricorso

Il governo Monti ritiri il ricorso proposto dal governo Berlusconi alla sentenza del tribunale civile di Palermo che ha disposto 100 milioni di risarcimento alle vittime della strage di Ustica. Lo chiede la presidente dell’associazione dei famigliari Daria Bonfietti. Una proposta avanzata alla vigilia della ‘missione’ di Bonfietti a Bruxelles, dove incontrerà alcuni parlamentari tedeschi, inglesi, francesi e belgi per sollecitare risposte alle rogatorie internazionali (e magari l’istituzione di una commissione d’inchiesta dell’europarlamento come sugegrito dal legale di Palermo, Daniele Osnato). A Monti Bonfietti, intervenuta al congresso del sindacato di polizia Siulp oggi a Bologna, chiede di considerare “con rispetto” e di fare “i conti” con la decisione del Tribunale di Palermo, che ha condannato i ministeri dei Trasporti e della Difesa “per la mancata verità” sulla notte nei cieli di Ustica. L’avvocatura dello Stato – lo aveva annunciato subito dopo la sentenza l’ex sottosegretario alla presidenza Carlo Giovanardi – ha notificato il ricorso lo scorso 22 ottobre. Ricorso che chiede la sospensione della sentenza. E dunque, precisava Giovanardi qualche giorno fa rispondendo a un’interrogazione dei radicali, “l’aspetto risarcitorio dipenderà dagli esiti di questo o di altro ricorso”. La missione all’europarlamento della presidente dell’associazione delle vittime di Ustica (gli incontri si terranno mercoledì prossimo, 30 novembre) sarà incentrata sulle mancate risposte alle rogatorie. L’inchiesta riaperta dalla Procura di Roma sul Dc9 Itavia crollato in mare il 27 giugno 1980, “non va avanti perché alcuni paesi” – tra cui Bonfietti cita Francia, Inghilterra e Belgio- “non danno risposta alle rogatorie internazionali”. Continua a leggere

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Una mano straniera dietro l’assassinio di Gheddafi

Ustica e Lockerbie, le armi di distruzione di massa e gli accordi per il petrolio, fino al piano di colpo di Stato in Iraq rivelato di recente: sono solo alcuni dei segreti che Muammar Gheddafi si è portato nella tomba, ”assassinato dai ribelli dopo un ordine ricevuto da una potenza estera”, ha sostenuto oggi Mahmoud Jibril, l’ex premier ad interim del Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt). “Il fatto che sia stato catturato, guardato a vista per un momento, e poi sia stato assassinato è la prova che i ribelli hanno ricevuto l’ordine di ucciderlo”, ha detto Jibril. Il ‘mandante’ potrebbe essere uno Stato, un presidente o un capo, “in ogni caso una persona che ha voluto uccidere Gheddafi perché‚ non divulgasse dei segreti”. L’ex premier del Cnt, sostituito a fine ottobre da Abdul al Rahim Al Qeeb, ha poi auspicato che chi ha sparato a Gheddafi non sia ucciso perché potrebbe svelare i misteri sulla fine del rais. Due ribelli appartenenti al commando di cinque che aveva scovato il rais a Sirte avevano rivelato all’Ansa che il Colonnello “non era stato ferito da armi da fuoco” quando venne caricato su una ambulanza. Secondo la versione del Cnt, Gheddafi è stato colpito al torace e alla testa durante una sparatoria a Sirte, poi è morto nel trasporto in ospedale. Le affermazioni di Jibril hanno dato il via a una ridda di ipotesi su chi si celi dietro la morte di Gheddafi. Molti puntano l’indice contro il Qatar, che all’insaputa del Cnt e della Nato ha sostenuto alcune delle fazioni ribelli, in particolare quelle del Jebel Nafusa, inviando armi e anche centinaia di soldati per combattere, 5.000 secondo alcune fonti. Doha vuole giocare un ruolo nel Paese, tanto che nel Cnt qualcuno a suo tempo ha ipotizzato che volesse consegnare Gheddafi nelle mani dei gruppi alleati, in particolare le fazioni islamiche. E i ribelli che hanno catturato Gheddafi a Sirte facevano parte dei gruppi armati di Misurata, la città martire che osanna il Qatar più di ogni altro Paese straniero. Altri puntano l’indice contro gli Usa, anche perché a Sirte hanno combattuto numerosi ‘volontari’ americani. Altri ancora sottolineano che in Libia hanno combattuto le forze speciali francesi e britanniche. I misteri del Colonnello potrebbero dunque rimanere per sempre tali: la speranza è che Saif al-Islam, figlio e delfino del Colonnello e Abadallah Senoussi, capo dell’Intelligence, entrambi ricercati dalla Cpi possano un giorno fare luce. La ”cattura è solo questione di tempo”, assicura il procuratore Luis Moreno-Ocampo. Il primo sarebbe alla testa di un ‘Fronte di liberazione’ (Lff) attivo nel sud del Paese, formato da ex gheddafiani, Tuareg e altre tribù nostalgiche del regime. Il secondo sarebbe al sicuro in Mali, forse in Niger, crocevia del traffico d’armi del regime, in gran parte in favore dell’Aqmi, il ramo nordafricano di Al Qaida, che ha oggi ammesso di essere uno dei principali acquirenti e di avere legami con alcune fazioni ribelli.
(di Claudio Accogli, Ansa 9 novembre 2011)

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Inchiesta europea su Ustica, Bonfietti il 30 novembre a Bruxelles

Una verità europea per la strage di Ustica del 27 giugno 1980. La chiede la presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Daria Bonfietti, che il 30 novembre sarà a Bruxelles per incontrare alcuni europarlamentari di Francia, Inghilterra, Germania e Belgio, tutti i paesi nei confronti dei quali l’Italia ha avviato richieste di informazioni tramite rogatoria, rimaste per lo più inevase. L’incontro con i parlamentari francesi, inglesi, tedeschi e belgi è stato organizzato da tre europarlamentari del Pd, David Sassoli, Salvatore Caronna e Sergio Cofferati. Lo spiega la stessa Bonfietti, oggi a Bologna in San Giovanni in Monte per un convegno sulle stragi.
“Andremo a Bruxelles il 30 novembre. Dobbiamo dire grazie agli europarlamentari Sassoli, Caronna e Cofferati, che hanno ascoltato la nostra richiesta e ci hanno organizzato un incontro con alcuni parlamentari degli stati europei destinatari di rogatorie inevase”, spiega Bonfietti. Ad ascoltare le richieste dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, ci saranno esponenti parlamentari di Francia, Inghilterra, Germania e Belgio, quest’ultimo “‘unico paese che ci ha risposto qualcosina alla rogatoria”. Che cosa gli chiederete? “Cosa sono disposti a fare per darci le risposte che vogliamo e che chiediamo da 31 anni. Cercheremo di capire con loro quali azioni possono intraprendere, l’importante è fare qualcosa”.
Le possibilità sono tante, spiega Bonfietti, si va da una semplice petizione ad una risoluzione, da un documento condiviso fino alla più corposa idea di avviare una commissione d’inchiesta europea, lanciata dall’associazione dei familiari un paio di mesi fa dopo la sentenza del giudice civile Paola Proto Pisani di Palermo, che ha stabilito un maxi-risarcimento per alcuni familiari e che ha ribadito le parole del giudice Rosario Priore circa la ‘guerra aerea’ che quella sera si combatté sui cieli di Ustica.
“L’importante è fare qualcosa, ci diranno loro cosa è meglio fare e soprattutto cosa sono disposti a fare, a noi basta che qualcosa si faccia”, conclude Bonfietti.

Dire, 7 novembre 2011 [link originale]

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Osnato, ci avviamo verso un processo Ustica-bis

Dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo emessa a settembre, che prevede un risarcimento di 100 milioni di euro a favore di alcuni parenti delle vittime della strage di Ustica, l’avvocato di parte Daniele Osnato (nella foto) annuncia una nuova causa. Ancora una volta contro i ministeri dei Trasporti e della Difesa. Obiettivo: ottenere lo stesso risultato per altre venti famiglie dei passeggeri che la sera del 27 giugno 1980 erano a bordo dell’aereo Dc9 dell´Itavia. Volo che si inabissò nel buio del mar Tirreno.
«Ho ricevuto numerose richieste – conferma Osnato – e sono in contatto con la senatrice Daria Bonfietti, rappresentante dei parenti delle vittime». La strada è in salita, i punti interrogativi sono tanti. L’avvocatura dello Stato ha presentato ricorso contro la milionaria sentenza di risarcimento e, nel febbraio 2012, saranno i giudici della Corte d’Appello di Palermo a dover stabilire se i due ministeri condannati dovranno pagare o meno quei 100 milioni in favore dei parenti. Dovranno giudicare sulle motivazioni della sentenza: mancata «sicurezza del volo», «occultamento della verità e depistaggi». E soprattutto dovranno stabilire se siano scaduti i termini per presentare cause di risarcimento (come sostiene l’avvocatura dello Stato) o se la prescrizione non è ancora applicabile. Un nodo cruciale: da questa decisione dipende la possibilità di poter fare (e vincere) altre cause in futuro, compresa quella che sta per essere presentata.
Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime di Ustica, probabilmente entrerà nel processo civile bis «ma solo in nome e per conto del Museo per la Memoria». Se dovesse arrivare un risarcimento, i soldi sarebbero destinati al centro espositivo «perché quella notte fu abbattuto un aereo civile e nessuno ha mai pagato. Il nostro dovere è stato quello di mantenere la memoria, per noi e per i nostri figli. Non vorrei mai quella cifra per me. La mia è una battaglia per la verità e per la giustizia, non per i soldi». «Non smetteremo mai di cercare la verità – conclude Osnato – Tra quindici giorni presenteremo una petizione a Bruxelles per la costituzione di una commissione d’inchiesta europea».

Da la Repubblica Bologna [link originale]

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