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Il depliant che non piace all’Aeronautica

Imporre il proprio pensiero, distorcere la realtà, piegare le verità, ripulire le mani, cancellare ciò che è stato detto e ridisegnare ciò che è accaduto. E’ la roadmap con cui il sottosegretario Carlo Giovanardi vuole cambiare a tutti i costi il corso della storia. Quella già scritta sulla Strage di Ustica del 27 giugno 1980, mettendo in discussione la libertà di espressione e riscrivendo, a modo proprio, vent’anni d’inchieste e perizie. E chi non la pensa come lui, è bene che si allinei. Cominciando dal contenuto di un opuscolo distribuito fino a qualche giorno fa al “Museo per la Memoria di Ustica” di Bologna che raccontava, chiaramente e in poche righe, la disgraziata storia del Dc9 Itavia. Ricordava, ad esempio, che nel ’89 la Commissione parlamentare sulle Stragi presieduta dal senatore Libero Gualtieri segnalò, censurandoli, i comportamenti dei militari in servizio presso alcuni centri radar “volti ad occultare ciò che era avvenuto quella sera nei cieli del Tirreno“. “Come la Commissione, anche la magistratura – scrivevano l’Istituto Parri e MamBo in quel depliant – ritenne che la mancata ricostruzione della cause del disastro fosse stata orchestrata per mezzo di depistaggi ed inquinamenti delle prove ad opera di appartenenti all’Aeronautica Militare italiana“. E ancora: “In tale contesto, un episodio di guerra guerreggiata e occultata, nell’ambito della Guerra fredda e del confronto con la Libia, ha causato la perdita col Dc9 Itavia delle 81 vite che trasportava, e ha motivato i vertici dell’Aeronautica Militare, e di parte dello stesso Stato, a preferire i vincoli delle alleanze militari internazionali piuttosto che la lealtà verso il loro proprio Stato e le sue proprie istituzioni democratiche. Essi hanno ritenuto di dover essere fedeli al patto militare prima che al loro paese“. Ed è proprio il passaggio sulla “doppia lealtà” che disturba Giovanardi, tanto da spingere il Comune di Bologna a togliere dalla circolazione quel depliant. Come se bastasse cestinare un pezzo di carta per rimuovere una macchia indelebile e imbarazzante, e con essa trentuno anni di storia e di dolore. Non è il solo a ritenersi offeso da quelle parole: c’è anche il generale Lamberto Bartolucci, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica all’epoca del disastro del Dc9, che ha querelato il Comune di Bologna ritenendosi, a sua volta, diffamato dai contenuti dell’opuscolo. «Le accuse di azioni di depistaggio e di infedeltà verso l’Italia contenute nel volantino e riferite all’operato dei vertici dell’Aeronautica militare pro-tempore – scrive l’ex Capo di Stato maggiore – sono, infatti, oltre che false, offensive e diffamatorie, completamente sconfessate dalle sentenze passate in giudicato». Bartolucci, va ricordato, finì sotto processo con l’accusa di attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Fu assolto in via definitiva, è vero, anche se in primo grado, per un solo capo d’imputazione – riguardante le errate informazioni fornite al Governo in merito alla presenza di altri aerei la sera dell’incidente – il reato di alto tradimento fu considerato estinto per intervenuta prescrizione. L’opuscolo è solo un pretesto, perché la missione di Giovanardi, e di chi la pensa come lui, è ormai chiara: ripulire le divise sporche, coprire gli inganni e i depistaggi, cancellare le prove di quei colpevoli silenzi che hanno anticipato, seguito e determinato quanto avvenne quella notte. Trasformare il muro di gomma nello schermo di un televisore che racconta solo ciò che fa comodo, tentando di fidelizzare un pubblico distratto, confuso e poco avvezzo a documentarsi e a ragionare con la propria testa. Tornando indietro di trentuno anni – perché tanti ne sono trascorsi da quando si persero per sempre le tracce del Dc9 – sta accadendo di nuovo quanto si registrò nelle prime ore dopo la tragedia. Vale la pena ricordarlo: l’aereo che andava da Bologna a Palermo era appena caduto e l’Aeronautica si affrettò a rifilare a tutti – magistratura compresa – quel tracciato radar (falso) che mostrava un solo aeromobile, il Dc9, che andava incontro al suo destino in un cielo deserto e libero da ogni ostacolo. La “nuova verità” da imporre a tutti i costi è sempre la stessa: attorno a quell’aereo non c’era nessuno, al contrario di quanto hanno dimostrato quasi vent’anni d’istruttoria. E’ caduto in mare perché era malridotto (ma non lo era) o perché qualcuno (non si sa chi e perché) piazzò una bomba nella sua toilette e lo tirò giù. Doveva essere una ricostruzione a tenuta stagna, a prova di bomba appunto, ma in molti cominciarono a porsi domande (l’Itavia per prima) e quell’ordigno gli scoppiò tra le mani. Saltò fuori il vero tracciato radar, quello di Ciampino, che mostrava quell’anomala intrusione nella rotta del Dc9 che agli occhi di numerosi esperti di sciagure aeree era la fotografia di un attacco militare in piena regola. In quel tracciato, perciò, c’è la verità sull’affaire Ustica: il Dc9 è stato colpito da un missile lanciato da un velivolo non identificato che attraversa la sua rotta da Ovest verso Est ad alta velocità e approssimativamente nello stesso momento in cui si verifica l’incidente. Come hanno documentato i docenti del Politecnico di Torino in una scrupolosa ricostruzione dell’evento che esclude, senza ulteriori possibili smentite, che il Dc9 sia esploso a causa di un ordigno posto all’interno della carlinga. Conclusioni a cui gli esperti sono pervenuti attraverso metodi diversi e progressivamente più approfonditi, indicativi – con una probabilità apprezzabile e significativamente superiore rispetto all’ipotesi dell’esplosione interna – della presenza di almeno un velivolo intersecante la rotta del volo Itavia. Le prove sono incise anche nei nastri delle telefonate intercorse tra i vari centri radar, nelle parole pronunciate dagli avieri che videro in diretta ciò che era appena accaduto. Era tutto chiaro, fin dall’inizio, ma talmente grave, e così imbarazzante, che ognuno di quei militari fu costretto a recitare una parte, a restare in silenzio, a imporsi un segreto di Stato che non si è mai materializzato nelle carte ma che, di fatto, condiziona da sempre la realtà. Una verità talmente inconfessabile da lasciare dietro di sé una scia di “morti sospette”, troppo lunga e troppo sospetta per non essere collegata all’evento. E così, oggi, cominciando da quell’opuscolo, il sottosegretario Giovanardi vuole cancellare la storia e manipolare le prove, quelle poche sopravvissute alla sistematica e scellerata azione di depistaggio che ha accompagnato e condizionato i fatti. Lo fa raccontando una storia che non sta in piedi, quella della bomba, e trasformando i responsabili in martiri. Per Giovanardi i militari dell’Aeronautica invischiati nel caso Ustica – le cui condotte, a prescindere da ciò che la giustizia ha appurato, sono liberamente giudicabili da chiunque leggendo gli atti dell’inchiesta – sono stati perseguitati, oltraggiati e coperti di fango per questioni ideologiche. E per ridargli l’onore bisogna anche far finta di non aver sentito le parole pronunciate più volte dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ripetute poi dinanzi ai magistrati di due tribunali (Roma e Palermo). Cioè che il Dc9 fu abbattuto per sbaglio da un aereo della Marina francese nel corso di un’azione militare diretta a far fuori Gheddafi. Fu, perciò, un’operazione di polizia internazionale, come concluse anche la lunga istruttoria del giudice Rosario Priore. E di tutto questo i vertici politici, militari e della nostra intelligence non potevano non essere a conoscenza. Oppure ripescando una perizia, quella del professor Aurelio Misiti, oggi anch’egli sottosegretario del governo Berlusconi, bocciata in fase d’istruttoria perché affetta “da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio” da renderla inutilizzabile. Manco a dirlo quell’elaborato ipotizzava la bomba nella toilette ma, a sua volta, era condizionato dalle pressioni della stessa Aeronautica su due periti coordinati da Misiti che erano venuti meno ai loro doveri di onestà e imparzialità. Per ora è toccata a quell’opuscolo, rimosso dal museo all’ultimo momento, prima delle elezioni amministrative, dal Commissario straordinario del Comune di Bologna, Anna Maria Cancellieri. «Con una tempistica davvero inspiegabile – commenta incredula il presidente dell’associazione parenti vittime della Strage di Ustica, Daria Bonfietti – cioè nell’ultima giornata prima dell’insediamento del nuovo sindaco di Bologna, colpendo l’autonomia delle istituzioni culturali della città e pagando un tributo al sottosegretario Carlo Giovanardi». Chi sarà il prossimo censurato? Rischiano in molti, compreso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che l’8 maggio dello scorso anno, parlando proprio della Strage di Ustica, affermò che dietro quel tragico evento c’erano «intrighi internazionali», «opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato» e «inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità».

di Fabrizio Colarieti per cadoinpiedi.it (link originale)

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