I 3 generali anti-Trenta e il muro di gomma contro la verità a Ustica / Il Fatto Quotidiano

di | 5 Giugno 2019

leonardo tricaricoUstica: è questo il filo rosso che unisce i generali capifila della rivolta contro la ministra della Difesa Elisabetta Trenta. A dare il via al pronunciamento sono stati tre generali in pensione, Mario Arpino, Leonardo Tricarico (nella foto) e Vincenzo Camporini, con la loro lettera in cui annunciavano che non avrebbero partecipato alla tradizionale parata militare di ieri 2 giugno 2019 e in cui rimproveravano alla ministra le sue “dichiarazioni di vuoto pacifismo” e la volontà di “tagliare le pensioni militari” (d’oro). I tre generali appartengono tutti all’Aeronautica militare e sono stati tutti e tre, in successione, capi di stato maggiore dell’arma. Tricarico è anche il presidente dell’Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) presentata nel 2009 dalla strana coppia Marco Minniti (Pd) e Gianni Letta (Forza Italia), con la benedizione di Francesco Cossiga, l’ex presidente della Repubblica con il culto di servizi segreti, operazioni coperte e strutture riservate. Del comitato scientifico dell’Icsa fa parte anche Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa con il ministro Ignazio La Russa.

Ustica. I tre generali sono quelli che hanno garantito che il muro di gomma facesse rimbalzare ogni tentativo di scoprire la verità sulla notte del 27 giugno 1980, quando un Dc-9 Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo si inabissò con 81 persone a bordo nel Tirreno, al largo di Ustica. Trentanove anni dopo, ancora non sappiamo che cosa sia successo. Sono state a lungo discusse le ipotesi del “cedimento strutturale” o della bomba a bordo, ma più probabilmente quella notte avvenne nei cieli italiani una battaglia aerea in cui velivoli militari dei Paesi della Nato tentarono di colpire velivoli libici, colpendo per errore il Dc-9 civile italiano.

Le inchieste giudiziarie e i processi che seguirono si sono conclusi con assoluzioni dalle accuse di alto tradimento per i vertici militari italiani, ma con condanne per un’ottantina di militari dell’Aeronautica per vari reati, tra i quali falso e distruzione di documenti. “Il disastro di Ustica”, scrivono i giudici, “ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione e comunque di inquinamento delle indagini”. Queste sono state ostacolate “specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi – questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta”, con l’intento di impedire “il raggiungimento della comprensione dei fatti”.

Depistaggi, dunque, inquinamento e sottrazione delle prove: “L’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull’ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità”. Concludono i giudici: “Non può esserci alcun dubbio sull’esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che a vario titolo hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell’intento per anni”.

L’ultima indagine, svolta dal giudice Rosario Priore, ha concluso che “l’inchiesta è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’Aeronautica militare italiana sia della Nato”, com “l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto”. Priore conclude così la sua ordinanza-sentenza: “L’incidente al Dc-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il Dc-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.

Mario Arpino, Leonardo Tricarico e Vincenzo Camporini non hanno, naturalmente, alcuna responsabilità penale individuale in questa vicenda in cui ciò che è successo continua a essere oscurato in nome di segreti da mantenere e alleati internazionali da coprire. “Ma sono stati i massimi garanti, al vertice dell’Aeronautica militare”, dice Andrea Benetti, dell’associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, “del muro di gomma che impedisce ai familiari di 81 persone di ottenere giustizia e ai cittadini italiani di conoscere la verità”. (Gianni Barbacetto / Il Fatto Quotidiano)

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